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Racconti: la leggenda di Cristalda e un ragazzino sulla spiaggia

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Illustrazione di Stefano de Dominicis
Illustrazione di Stefano de Dominicis

La leggenda di Cristalda e un ragazzino sulla spiaggia
di Stefano de Dominicis

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Il cane era un incrocio di almeno 7 o 8 razze, tutte rigorosamente bastardeperché, altrimenti, non si sarebbe spiegata una tale bruttezza. Se ne stava così fermo e immobile che solo il lieve dondolare della testa sgraziata dava prova di una qualche forma di vita sotto quel pelo irsuto e multicolore.

Un occhio attento avrebbe notato una certa sincronia tra l'ondeggiare delle grosse orecchie spinose con il ritmico movimento della visiera di un vecchio cappellino giallo che ombreggiava la testa del ragazzino magro e scuro, seduto sulla sabbia con le lunghe braccia acciambellate alle ginocchia. Uno sguardo ancora più attento avrebbe trovato sorprendenti analogie tra il cane ed il ragazzo. Entrambi sembravano appena scampati da una qualche catastrofe e, come sopravvissuti, stavano vicini, senza sprecare energie in movimenti o discorsi o guaiti, a seconda dei casi, con gli sguardi assenti verso le onde.

Ma non c'erano occhi o sguardi che si soffermassero a cogliere queste sfumature.

La realtà era che, sia il cane che il ragazzo, risultavano una nota stonata nell'allegria forzata e nella patetica spensieratezza che riempiva la spiaggia d'agosto.

Il vociare continuo e ipnotico della massa di bagnanti si mescolava ai pianti isterici dei bambini, agli strilli dei ragazzi che scherzavano in acqua e alla musica di ogni genere che si riversava sulla sabbia e tra gli ombrelloni, da una miriade di diffusori bluetooth.

Uno per ciascun gruppo che aveva preso possesso, con precisione degna di una legione romana, di ogni singolo metro dell'arenile e forse, a suon di decibel, sorvegliava il perimetro immaginario del Castrum domenicale.

Il ragazzo non sentiva nulla di quei rumori, chiuso in un mondo magico tra le sue cuffiette e la voce nasale di Max Gazzè che gli raccontava, per la millesima volta, la leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Adorava quella canzone. Gli erano piaciute da subito le sonorità orchestrali e mediterranee che lo riportavano col pensiero ad altre musiche di quando era “nell'altra" vita. Poi qualcuno gli aveva anche spiegato , almeno a grandi linee, il testo e, da quel momento, quella era diventata la sua canzone preferita. Il suo sguardo era perso nel tratto di mare che gli stava di fronte. Era un mare tranquillo e pacifico, quasi amico. Ben diverso da quello che gli aveva morso la giovane anima e l'ancor più giovane fisico solo pochi anni prima.

Quello era un mare freddo e crudele. Questo poteva essere il mare dove forse, un giorno,avrebbe potuto trovare la sua Cristalda e, magari, con un po’di fortuna, non farsela portare via.

Il pallone arrivò all'improvviso, colpendo il piccolo bastardino sul fianco e finendo tra i piedi del ragazzo.

Il cane interruppe il muto accompagnamento musicale per osservare quella strana sfera multicolore.

Il ragazzo lo imitò per guardare quella strana, bellissima forma, inguainata in un bikini bianco, che arrivò ansando dietro la palla sollevando leggeri schizzi di sabbia. Lo sguardo assente virò su un'espressione ebete, quella che accompagna sempre qualunque uomo si trovi davanti all'improvviso una bella, bellissima ragazza. La visione in bianco accennò un sorriso coprendosi gli occhi dal sole con un gesto elegante della mano sul viso. Il ragazzò restò interdetto sotto la visiera giallo sporco. Impiegò alcuni interminabili secondi per trovare la forza di alzarsi senza apparire goffo e sgraziato nella sua magrezza. Non ci riuscì. Senza riuscire a dire nulla, si chinò a raccogliere la palla porgendola alla ragazza con un'espressione, se possibile, ancor più idiota.

La ragazza lo osservava curiosa. Lui la guardava come se Cristalda, la Sua Cristalda, si fosse materializzata fuoriuscendo per qualche strana magia dalle cuffiette alla sabbia davanti ai suoi piedi.

Fu un solo,breve e infinito momento, almeno per lui, prima che l'incantesimo venisse spezzato dall'arrivo di un ragazzo moro, atletico, abbronzato, quasi più di lui, ma decisamente di un’altra razza.

Il nuovo arrivato gli strappò letteralemente la palla dalle mani e gli si parò davanti con uno sguardo cattivo. Parole sputate in un dialetto duro che non potevano essere fraintese, visto il simultaneo spintone che lo fece ricadere nella sabbia. Il bastardino non guaì nemmeno e corse a rifugiarsi dietro le sue spalle ossute. Di certo nessuno avrebbe potuto scambiarlo per un cane da guardia e, nella sua logica canina, non ci teneva a contraddire tale intuizione.

Il ragazzò alzò la visiera del berretto verso l'alto. Un auricolare penzolava da un orecchio facendolo apparire ancora più patetico al confronto del novello bronzo di Riace che lo dominava con espressione dura. Ne aveva visti di sguardi cattivi, molto più cattivi. Ne aveva già prese di botte, molto più dure e dolorose. Queste potevano quasi dirsi una carezza al confronto, ma raggiunsero comunque lo scopo. Da tempo aveva imparato che era meglio non reagire, cercare di non dare motivi, a chi non ne aveva ma ne cercava, per fargli del male. Restò quindi semisdraiato con i gomiti sulla sabbia e lo sguardo vacuo sul torreggiante rivale che gonfiava i muscoli facendo guizzare assurdi tatuaggi totalmente privi di significato ai suoi occhi. La ragazza disse qualcosa e trascinò Mr. Tattoo lontano da lui e dal suo brutto cane. Quasi nessuno si era accorto di quanto accaduto o, se anche qualcuno se ne era accorto, non aveva mosso un dito.

Il ragazzo e il suo bastardino erano semplicemente dei disturbi nel panorama vacanziero.

Nessuno ci faceva caso, ma anche chi , sbadatamente, arrivava a vederli li rimuoveva immediatamente dalla propria visuale relegandoli ad un altro spazio.

Il ragazzo si stava rimettendo l'auricolare caduto e riprendendo la propria posizione quando un'ombra oscurò la sabbia davanti ai suoi piedi. Il cane, svelto, tornò sui passi appena lasciati, ritrovando la sicurezza della sua schiena.

"Oh, tu, ragazzo, alzati un po!" la voce era autoritaria ma, in qualche modo, gentile.

Il ragazzo si alzò spazzolandosi i logori pantaloncini cercando di assumere una posizione neutra.

Era diventato bravissimo in quello. Se riesci a renderti invisibile o almeno poco visibile, e ti va di fortuna, ti lasciano stare.

"Abdhul o Moustafa o come cavolo ti chiami, quante volte te l'ho già detto che tu qui non ci puoi stare?" Il maresciallo teneva le mani sui fianchi , sopra il cinturone carico di aggeggi strani e insidiosi, soprattutto quella fondina bianco sporco. La camicia azzurra macchiata di sudore tirava sulla pancia ad ogni respiro e l'effetto, se non fosse stato un carabiniere, sarebbe stato ridicolo.

Gli italiani potevano anche farci le barzellette sui Caramba ma, gli era stato spiegato, quando a fare battute era qualcuno con una pelle più scura dei calabresi, il senso dell'umorismo degli uomini in blu tendeva a diventare un ricordo lontano. Il maresciallo lo guardava da sotto il fazzoletto con cui cercava di tergersi la fronte madida, con una espressione che non riusciva ad essere severa come il suo ruolo avrebbe richiesto.

In fin dei conti quel ragazzetto magro che girava da un paio di mesi su quelle spiagge con quel bastardino brutto come il peccato mortale, gli stava anche simpatico. Non aveva mai fatto niente di strano o di lontanamente pericoloso. Certo, c'erano state le segnalazioni e le lamentele dei proprietari dei locali e delle spiagge ma il ragazzo, in realtà, non infastidiva nessuno. Non vendeva nulla, non chiedeva l'elemosina. In realtà nessuno sapeva come Cristo riuscisse a mangiare o dove dormisse. Documenti non ne aveva. Una sottospecie di assistente sociale piena di borse di stoffa etnica e ideali aveva preso in mano la sua pratica ed era scomparsa promettendo notizie che non erano poi arrivate.

C'era anche il problema di qualche genitore che aveva epsresso il proprio disappunto e preoccupazione in merito al fatto che un ragazzo "nel pieno del suo risveglio ormonale", erano state queste le parole usate, forse prese da qualche libro letto prima di venire in caserma, se ne andasse ingiro per il paese a minacciare la virtù delle loro adorabili figliolette. Il maresciallo aveva raccolto le lamentele con la pacifica abnegazione del buon servitore dello Stato che cerca, sempre, di mediare ogni qualsiasi possibile situazione potenzialmente esplosiva. In cuor suo avrebbe voluto poter dire, a quei bravi genitori, che le loro adorabili emule di Maria Goretti, erano già diventate delle star tra le appassionate al sesso da cesso nelle discoteche della zona. Ma certe cose è meglio non dirle. Non al farmacista, al notaio o al gestore del più grosso stabilimento balneare della zona. No, non si può. Più semplice per tutti togliere il ragazzo "colorato"ed in preda al risveglio ormonale, dalle zone di pascolo dei prodi cittadini.

"lo sai che non ho niente contro di te" proseguì il sottoufficiale" ma sai anche, e te l'ho già detto, che sarebbe meglio per te cambiare aria quando c'è tutta 'sta gente in spiaggia!" Lo sguardo che accompagnava queste parole era bonario, al limite del paternalistico, sgorgando da liquidi occhi grigi, stanchi, che ne avevano viste un tot di porcate a questo mondo per rendersi conto che, forse, anche quella lo era, una porcata. Ma tant'è...

Il ragazzo annuì muovendo la visiera giallo sporco. Raccolse lo straccio sbridellato che usava come telo da spiaggia e si mise a camminare verso gli scogli che delimitavano la zona attrezzata con quella, spoglia e desolata, ancorché piena di umanità chiassosa, della spiaggia libera.

Camminava guardando il mare. Cercava con gli occhi una Cristalda con il costume bianco, già dimentico dell'ennesima umiliazione. Il brutto bastardino lo seguiva di un passo zampettando tra le orme nella sabbia bagnata.

Gruppi di ragazzi giocavano tra le onde che si erano fatte più alte e fragorose, con dei pattini dalle forme strane; sembravano automobili di quei fumetti che aveva letto con avidità nei giorni del campo di accoglienza. Almeno in quelle storielle colorate poteva trovare un temporaneo rifugio dalla realtà in bianco e nero che aveva vissuto e che stava ancora scontando.

Le grida si levarono all'improvviso, sovrastando tutti gli altri rumori della spiaggia e non se ne sarebbe accorto se, proprio in quel momento, la voce di Max Gazzè non si fosse spenta sull'ultima nota della canzone ripetuta all'infinito.

Alzò lo sguardo da sotto la visiera notando un movimento caotico e convulso tra la gente in acqua. Una delle strane barchette a forma di automobile di Paperino era rovesciata. Teste in acqua si agitavano. La gente sulla battigia si agitava portandosi le mani sula testa.

Tra i flutti scorse un costume bianco e, come se le sue gambe fossero mosse da fili invisibili comandati da qualcun altro, in pochi passi raggiunse l'acqua. Vi si immerse. Iniziò a nuotare, in modo goffo ma efficace, come già gli era capitato di fare e che aveva funzionato. Poi non pensò più a nient'altro che alla leggenda di Cristalda e mosse le braccia più forte.

Il maresciallo nella sua camicia ancora più fradicia, spostò il peso da un piede all'altro, guardando l'ambulanza allontanarsi. Si era arreso alla battaglia con il sudore che sgorgava dalla fronte e, del resto, poco gli importava. Si era appena consumata una situazione che poteva trasformarsi in tragedia. Quei coglionazzi non la capivano mai che non si scherzava con il mare. Ogni fottuta estate che Dio mandava in terra c'era sempre qualche deficiente che rischiava di annegare. E qualcuno, a volte, ci riusciva. Stavolta era toccato ad un gruppo di ragazzi del posto. A furia di scherzare erano riusciti a far rovesciare uno di quei pattini imbecilli e a momenti ci restavano.

Per fortuna alcuni di loro erano riusciti a raggiungere subito la riva e dare l'allarme. Un ragazzotto pieno di tatuaggi era corso a cercare il bagnino che, guarda un po', non stava dove doveva stare! Non si sapeva bene come, un paio di persone erano state portate a riva da un ragazzo, a quanto sembrava dalle prime testimonianze. Nel caos totale che si era creato subito dopo il fatto, non era ancora riuscito a raccogliere testimonianze attendibili. Sembrava che tutta la spiaggia si fosse radunata sul bagnasciuga e tutti facevano a gara a raccontare i fatti. I racconti più dettagliati, come al solito, venivano elargiti all'avida platea da quelli che non erano nemmeno stati nelle vicinanze.

Alla fine il bagnino era spuntato fuori, non si sa da dove, e aveva praticato una rianimazione, a quanto pare efficace, a una bella ragazza col costume bianco. Gli sguardi affamati di drammi del pubblico avevano potuto ammirare la bellezza scomposta mentre si riprendeva sotto le cure.

Pian piano la gente cominciò a sfollare verso la propria casa o i bar dove, sicuramente, avrebbe proseguito a raccontare la vicenda aggiungendo particolari sempre più inverosimili.

I raggi obliqui del sole al tramonto stavano colorando la spuma sulla riva di riflessi rossastri.

Il maresciallo diede uno sguardo al mare, ora deserto, ed alla spiaggia, scrutando tra i resti della giornata balneare, pattini, gommoni e ombrelloni che venivano chiusi.

Una piccola sagoma, controluce, attirò la sua attenzione. Era un brutto bastardino di almeno 7 o 8 razze diverse, col pelo bagnato ed arruffato, che fissava ora il mare ora uno sdrucito berrettino giallo con la visiera che le onde, nuovamente gentili, avevano portato sulla riva proprio davanti alle sue zampe in attesa.

Il maresciallo restò per un lungo momento immobile. Gli occhi che ne avevano viste tante, si fecero più liquidi ed acquosi, ma stavolta, non per la stanchezza. "Merda. Merda. Merda" sussurro mentre lasciava cadere il fazzoletto intriso di sudore ed emozioni.

SdD

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L'autore
Stefano de Dominicis, è skipper e istruttore di vela, vulcanico ideatore di iniziative per il sociale, l'ultima delle quali è in fase di organizzazione per mobilitare il mondo della nautica e della vela sul tema della violenza contro le donne. "Ho percorso le rotte di gran parte del Mediterraneo e alcune tratte atlantiche raccogliendo, nel corso di questi viaggi, incontri ed esperienze che ritengo fantastiche. Solo per gioco, mi diletto a scrivere brevi storie, quasi sempre basate su fatti realmente accaduti o ispirati da personaggi incontrati lungo le mie navigazioni".

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