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Gente di mare, gente dal mare. Dedicato agli eroi senza un nome

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Il pescatore by Stefano de Dominicis
Il pescatore by Stefano de Dominicis

L'uomo strizzò gli occhi e trattenne il respiro. Gli spruzzi di un mare cattivo colpirono il suo viso come una manciata di sale. Il lampo trafisse le ciglia serrate seguito da un tuono che sembrava eruttare dalle onde. Gocce di mare e di pioggia gli sibilarono intorno come spettri danzanti in un sabba frenetico. Strinse il colletto della giubba consunta e tornò al lavoro. Tira la cima e serra. Cazza e annoda. La barca andava fissata bene. Durante l'ultima mareggiata diverse barche erano state strappate dalla spiaggia e portate lontano dalle onde. Alcune non erano più state trovate.

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Lui non poteva permettersi di perdere la sua. Era l'unica cosa che gli rimaneva. L'unica cosa di cui gli importasse. Il cielo nero pareva rotolare su un mare di piombo, screziato solo dalla spuma dei frangenti che, in una sequenza infinita e senza tregua, davano l'assalto alla fragile diga foranea. Tendaggi di pioggia fluttuavano sulla battigia sospinti dal vento,sempre più forte e l'uomo serrò il laccio del “nordovest”sapendo benissimo che non sarebbe servito a nulla. Alzò lo sguardo verso il porticciolo.

La prima sirena si fece udire come un flebile lamento che tentasse di sovrastare un concerto di musica dodecafonica. I lampeggianti blu si riflettevano in milioni di gocce di pioggia rendendo, se possibile, ancora più fredda la notte. Movimento. Auto e veicoli. Altri fari e sirene e lampeggianti. Uomini in divisa correvano avanti e indietro senza un apparente logica gridando e rispondendo a incomprensibili ordini che gracchiavano nelle radio portatili. Un faro potentissimo si accese dal nulla e iniziò a trafiggere la notte in una guerra persa in partenza contro l'oscurità liquida.

L'uomo si passò una mano sugli occhi cercando di togliere il salmastro e guardò dentro la notte e il mare. Un lampo accecante illuminò come un titanico flash le creste immense delle onde. Gente. Gente in mare. L'uomo lasciò andare la sagola che teneva in mano e fece due passi verso la battigia. I suoi occhi esperti di malinconia scrutarono il buio. Dentro alla pioggia. Il fragore del tuono del primo lampo accompagnò un secondo fulmine. Scese dal cielo zigzagando quasi fosse alla ricerca di un bersaglio e rese visibile la scena prima appena abbozzata.

Una barca con gente, tanta gente a bordo che si sbracciava senza rumore, perché le urla venivano inghiottite dalla furia del vento e del mare.

L'uomo guardò verso il porto. Luci, persone e divise fosforescenti continuavano il loro inutile balletto senza dare vita ad alcuna iniziativa. O almeno così parve all'uomo. Uno sguardo al mare. Uno sguardo a terra. Un sospiro. I movimenti gli vennero naturali, rapidi ma senza fretta. Erano i gesti di una vita. Nulla di che. Sciolse i nodi che aveva appena serrato. Trascinò la sua barchetta lungo i metri di spiaggia che aveva così faticosamente conquistato solo poco prima. Onde. Spruzzi gelati. Fatica. Tanta fatica. Come sempre. Una spinta, un salto, la barca che si impenna contro la prima onda come se Nettuno gli intimasse di arretrare, di tornare indietro, di arrendersi. Ma l'uomo non si era mai arreso al volere degli Dei degli uomini. Con il Dio del mare aveva combattuto mille battaglie. Una più una meno; l'uomo non le aveva mai contate e non avrebbe iniziato ora. Non in quella notte.

Non accese il motore, meglio non fidarsi e mise le mani ai remi. Ormai nessuno sapeva più remare ma lui aveva iniziato da bambino, con suo padre e suo nonno che senza parole, ma solo con gli sguardi, gli avevano insegnato a portare una barca con quegli antichi e semplici strumenti. Superò le prime onde. Venne ricacciato indietro dalle sorelle assassine che sbucavano dalle tenebre. Riprovò. Ancora e ancora finché si accorse di aver superato la zona dei frangenti. Ora le sentiva le urla. Ora vedeva la gente nel mare. Erano un richiamo più forte di qualsiasi faro e l'uomo accese il motore e diresse la fragile imbarcazione verso quelle grida.

Era un uomo di mare, abituato alla vita dura e alla morte facile. Gli occhi faticavano a restare aperti nella pioggia. Forse perché non era solo pioggia a bagnarli. Si avvicinò e iniziò a recuperare i primi esseri umani che si aggrappavano alle sue basse fiancate. Quando si accorse che non poteva raccoglierne altri girò la prua verso la spiaggia. Una corsa folle. Una corsa nel buio accompagnato dal fragore e dal sibilo del vento con il piccolo motore che ululava in un parossistico fuori giri. Dei suoi passeggeri non sapeva nulla. Per lui erano solo occhi che ne avevano viste troppe, spalancati nella notte e mani nere sbiancate dallo sforzo di stringere forte qualunque cosa in grado di dare una parvenza di sicurezza. Un mucchio di corpi che si abbarbicano l'uno all'altro coperti di stracci fradici.

Era un uomo di mare, sapeva cosa doveva fare. La chiglia urtò scivolando poi sulla ghiaia ribollente di schiuma. Le mani mollarono la presa, gli occhi un po’meno spalancati mentre saltavano giù dalla barca e si lasciavano cadere sulla sabbia flagellata dalla pioggia. Nessuno parlava. Nessuno gli disse nulla. Erano anime perse in un limbo di terrore. L'uomo lo sapeva. Lo aveva già visto. Non si aspettava niente di diverso per cui, da solo, girò la barca e ripartì verso il buio urlante. Perse il conto delle volte in cui riuscì a compiere quelle folli corse tra muri di mare e schiaffi di vento. Non contò la gente. Non contò i colpi di remo. Non contò le ore. Si accorse del tempo che passava solo quando il cielo iniziò a rischiararsi lentamente a Est.

Il mare si stava calmando, il vento pure. Ormai non restava nessuno in mare a sbracciarsi. Restavanosolo un relitto e i corpi di quelli che non ce l'avevano fatta,sospinti a riva dalle onde sempre meno ripide. Ora il mare si popola. Veloci imbarcazioni dai colori sgargianti sfrecciano in tutte le direzioni sotto un cielo livido e ancora gonfio. Le persone e le divise al porto sembravano muoversi secondo un qualche schema più ordinato, adesso.

L'uomo si appoggiò alla barchetta. Lo sforzo era stato troppo grande per lui e anche per quel fragile guscio. I colpi sulla battigia, le onde, i frangenti le avevano spezzato la schiena. Giaceva come un animale ferito, piegata su un fianco. L'uomo sapeva che non avrebbe mai più solcato nessuna onda dopo quelle con cui aveva combattuto durante quella lunga notte.

Un uomo, nero come il carbone, gli occhi grandi, pieni di una stanchezza immensa ma con un barlume di speranza sul fondo, gli si avvicinò. Non disse nulla ma gli prese le mani, callose e ferite, portandosele alle labbra. Un gesto che, con un debole sorriso di denti bianchissimi, disse tutte le parole del mondo prima che l'uomo nero si allontanasse sostenendo una donna infagottata di stracci bagnati.

Il sole combatteva per stracciare la coltre di nubi pesanti e tra gli squarci conquistati a fatica brillava alto e gelido ora. Il vento leggero, le onde morbide. Sembrava che tutta la violenza di quella notte si fosse dissolta alla luce del giorno. L'uomo riuscì a sorridere: Nettuno. Bastardo! Sputò nella sabbia e appoggiò la schiena al guscio che non sarebbe mai più stata una barca. Sollevò il viso al sole chiudendo gli occhi e stringendosi nel frusto giaccone segnato da un'altra battaglia.

Si era quasi assopito quando un'ombra gli oscurò le palpebre. Altra gente. Gente di città. Giacconi e berretti alla moda, puliti e stirati. Sciamavano per la spiaggia cosparsa di detriti con videocamere e microfoni. Alcuni parlvano concitatamente indicando il tratto di mare dietro le loro spalle in una muta mimica che sarebbe stata ridicola in un altro momento. In un altra spiaggia, in un altro tempo,  alcuni stavano intervistando le persone e le divise che, probabilmente erano le stesse che aveva visto quella notte quando tutto era iniziato. Sembravano tutti avere delle cose molto importanti da riferire visto il tono e la postura con cui si piazzavano davanti ai cameramen.

Un gruppo di questi, infine, gli si avvicinarono vociando e piazzandogli i microfoni davanti alla faccia. Chiesero all'uomo se avesse qualcosa da dire. Se avesse visto qualcosa. Se poteva raccontare qualcosa o fornire una testimonianza di quanto era successo. L'uomo li guardò a lungo. Un ghigno un po’sghembo sulla faccia stanca. Sputò nella sabbia e fece un cenno con la testa. La voce era roca ma non dura. Il tono basso al limite dell'udibile quando rispose " No. Non ho visto niente. Dormivo".

Chiuse gli occhi al sole e, forse, al sole sorrise.

Stefano de Dominicis

Dedicato a tutti gli eroi che non hanno nome e non l'avranno mai e ispirato dalla figura de "Il Pescatore" di Fabrizio De Andrè.

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I racconti di mare già pubblicati da Pressmare possono essere letti ai seguenti link:
Educazione siberiana e prese di gavitello
Pregiudizi e lezioni da banchina, mai giudicare
La balena, cronaca di un incontro

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Stefano de Dominicis
Stefano de Dominicis

L'autore
Stefano de Dominicis, è skipper e istruttore di vela, vulcanico ideatore di iniziative per il sociale, l'ultima delle quali è in fase di organizzazione per mobilitare il mondo della nautica e della vela sul tema della violenza contro le donne. "Ho percorso le rotte di gran parte del Mediterraneo e alcune tratte atlantiche raccogliendo, nel corso di questi viaggi, incontri ed esperienze che ritengo fantastiche. Solo per gioco, mi diletto a scrivere brevi storie, quasi sempre basate su fatti realmente accaduti o ispirati da personaggi incontrati lungo le mie navigazioni".

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