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Racconti di mare. Educazione siberiana e prese di gavitello

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Tatuaggio siberiano
Tatuaggio siberiano

A partire da oggi, 4 aprile, Pressmare pubblicherà ogni domenica un racconto di mare, una lettura non legata alle notizie in tempo reale che forniamo tutti i giorni dell'anno, ma con il comun denominatore del mare che tutti amiamo. Il primo autore di questi racconti brevi è Stefano de Dominicis, skipper e istruttore di vela, vulcanico ideatore di iniziative per il sociale, l'ultima delle quali è in fase di organizzazione per mobilitare il mondo della nautica e della vela sul tema della violenza contro le donne. "Ho percorso le rotte di gran parte del Mediterraneo e alcune tratte atlantiche raccogliendo, nel corso di questi viaggi, incontri ed esperienze che ritengo fantastiche. Solo per gioco, mi diletto a scrivere brevi storie, quasi sempre basate su fatti realmente accaduti o ispirati da personaggi incontrati lungo le mie navigazioni".

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Educazione siberiana e prese di gavitello
di Stefano de Dominicis

La scolaresca arrivò vociando e muovendosi in modo scomposto. Un gregge imberbe e multicolore contenuto a fatica da prof che cercavano inutilmente di somigliare a cani pastore. 

Stefano de Dominicis
Stefano de Dominicis
 

Come al solito li accogliemmo facendoli sedere sui gradini dello yacht club, una sorta di anfiteatro perfetto per il briefing di rito. I saluti di benvenuto e l'introduzione alla giornata in vela si ripetevano più o meno senza variazioni seguendo uno schema rituale: cenni al tipo di barca che avrebbero visto e usato; la parte dedicata alla sicurezza resa divertente da collaudate battute e scenette in cui venivano coinvolti alcuni dei ragazzini; l'utilizzo di un modellino tridimensionale per indicare le "4 cose 4" che facevano parte della "teoria".Per consuetudine preferivamo riservare le spiegazioni più tecniche durante la gita piuttosto che annoiare la giovane platea con inutili panegirici in una lingua sconosciuta ed ermetica.

I professori cercavano di mantenere una parvenza d'ordine minacciando di future condanne a suon di voti sotto il minimo sindacale e, come al solito, essendo i miei ricordi di scuola media databili in periodo giurassico, guardavo con stupido divertimento le figure dei "professori": giovanotti con barbette incolte che vivevano perennemente il contrasto tra l'autorità che dovevano ispirare e la voglia, non ancora sopita, di mettersi a cazzeggiare insieme ai propri alunni.

Il gruppo era, come sempre, eterogeneo e chiassoso e suddiviso nelle abituali categorie che avremmo potuto descrivere a memoria. C'era il branco di ragazzini scalmanati coi cappellini alla bulletto e i jeans di marca. Quelli timidi e silenziosi che seguivano le indicazioni delle maestre da bravi bambini vestiti all'OVS. Quelli con la faccia rassegnata che, probabilmente, avrebbero preferito stare da un altra parte. Il gruppetto di ragazzine già agghindate come veline, già truccate, già carine, già insopportabili, che ruotavano come pianeti intorno a quella con l'Iphone ultimo modello. C'era il 1° della classe attaccato allo zainetto della prof. Il quattrocchi. Il ciccio bombo cannoniere. Biondi, mori, ricci, rasati, bianchi, gialli, beige e marroni. Il solito, insomma.

I miei compagni di avventura, comandanti responsabili delle barche per queste uscite scolastiche, secondo un giochino ormai entrato a far parte della routine, cercavano di identificare, nel gruppo, quelli che avrebbero potuto dare problemi e quelli da tenere sott'occhio. L'impossibilità di ricordarsi da subito tutti i nomi ci aveva portato ad utilizzare una serie di soprannomi, affibbiati random al momento, che sembravano divertire molto e sempre tutti i gruppi. Erano diventati famosi quei briefing sia tra i ragazzini che, soprattutto, tra i genitori. Un gruppo sempre più numeroso di mamme e papà, dopo aver scortato i giovin virgulti all'appuntamento per la gita, si fermavano in disparte e in rigoroso silenzio, poiché avevamo vietato da tempo qualunque loro intervento durante queste attività.

Nel briefing, oltre alle indicazioni di massima, spiegavo in modo molto chiaro e senza troppe parafrasi, che se qualcuno dava problemi a bordo, i comandanti delle barche erano autorizzati, dalla legge, dalla Capitaneria di Porto e, soprattutto, dal sottoscritto, a rimettere a posto le cose anche con l'ausilio di sani calci nel culo. La presenza dei genitori mi aveva preoccupato nei primi momenti, ma le maestre avevano spiegato, non senza un certo stupore da parte nostra, che la storia dei calci in culo era estremamente apprezzata, soprattutto dai ragazzini. L'idea che tornassero a casa raccontando con enfasi che lo skipper gli aveva presi a calci perché avevano fatto gli scemi e che volevano tornare in barca perché la cosa gli era piaciuta tantissimo, ci faceva ridere e pensare. Molto!

Quel giorno, come al solito, i ragazzini vennero suddivisi in gruppi più piccoli abbinati alle varie barche ed affidati ai rispettivi comandanti. Sulla mia, oltre alla maestra, sarebbe salita a bordo anche un'insegnante di sostegno, per via di un ragazzino che necessitava di un controllo più marcato. Me ne avevano già accennato. Un ragazzo problematico, violento, che con i suoi quasi 15 anni sovrastava fisicamente e caratterialmente i compagni dodicenni. La maestra mi aveva telefonato il giorno prima dell'imbarco spiegandomi che Goran, questo era il nome del ragazzo, rappresentava una grossa incognita. Veniva da un paese dell'Est, si era inserito in una classe inferiore a causa dei problemi di lingua ed era già stato bocciato. Protagonista di una serie di episodi di violenza e soprusi nei confronti dei compagni, aveva addirittura rischiato un'incriminazione per aver tirato una sedia in testa ad un professore di ginnastica qualche tempo prima.

Seguendo la norma il "problema" sarebbe toccato a me.

Un'occhiata all'insegnate di sostegno mi aveva fatto capire che avrei ricevuto ben poco aiuto da quest'ultima. Era una ragazza minuta e con un'espressione che a Milano chiamano "stremida dal tempural!" (spaventata da temporale ). Era più bassa di Goran e con un carattere così remissivo che mi risultava difficile immaginarne un minimo di efficacia nella gestione di un Goran qualsiasi. Il ragazzetto lo avevo già identificato all'arrivo. Alto, grosso, sguardo strafottente e atteggiamento da bullo di prima categoria. Ne avevo già visti. Ne avrei visti altri. Si era mosso con passo indolente fendendo i gruppi di compagni come uno squalo in mezzo ai merluzzi fino a posizionarsi in alto, dietro al resto dei ragazzini indifferente a tutto quello che veniva detto, con lo sguardo annoiato a scrutare gli alberi ondeggianti sui moli. Nessuno gli si era messo accanto.

Aveva seguito il briefing con una smorfia di malcelata sufficenza stampata sulla faccia squadrata. La piega della bocca, dura, la mascella perennemente contratta. Mai un'ombra di sorriso o di rilassamento. I pochi incroci di sguardi tra me e lui erano chiare avvisaglie di una sfida che doveva solo trovare un pretesto per sfociare in lotta aperta. Mi stava sulle palle Goran. Vedevo in lui il Bullo per antonomasia. Quello che schiaccia con prepotenza i più deboli. Ne avevo conosciuti quando ero ragazzino io e li odiavo. Ora in Goran rivedevo quelli che facevano i prepotenti con me da piccolo. Bene. Avrebbe trovato pane per i suoi denti pensavo. Tutto come al solito. O quasi.

Portammo i ragazzini sui moli dove si suddivisero mettendo piede sulle barche assegnate in preda a quella frenesia tipica delle gite scolastiche. Invitai studenti e maestre a a posizionare i loro zaini e borse all'interno della barca e di dare pure un'occhiata alla disposizione interna. Normalmente questa operazione la seguivo direttamente sceendendo in quadrato in qualità di Cicerone. In questo caso volevo approfittare di un momento di solitudine per un incontro ravvicinato e personale con Goran. Il ragazzo si era immediatamente stravaccato sulla panchetta del timonerie di sinistra, gambe larghe, braccia conserte e sguardo puntato su un non meglio identificato punto verso il mare.

Non appena soli in pozzetto, mi avvicinai tirandogli un colpo alle gambe col piede per attirarne l'attenzione. Girò lo sguardo molto lentamente guardandomi con espressione infastidita e priva di qualsiasi timore. Gli appoggiai la mano sulla spalla stringendola con una certa energia e mi avvicinai a pochi centimetri da quel volto così giovane e così duro. 
"Ascoltami bene, ragazzo " le parole erano poco più di un sussurro ma cercavo di dargli un tono sufficientemente minaccioso " mi hanno detto che tu sei un gran rompicoglioni"
Goran contrasse la mascella senza muoversi di un millimetro. Strinsi più forte.
"Ci sono due possibilità - proseguii  - la prima è che ti comporti bene e non mi rompi le palle e, in questo caso, è possibile che ti faccia fare qualche cosa di divertente. La seconda è che se me li rompi, i coglioni, ti do tante di quelle legnate sul groppone che questa giornata te la ricorderai per tutta la vita."

Il ragazzo subiva la pressione sempre più forte delle mie dita senza mostrare alcuna emozione. Solo gli occhi, ridotti a fessure, lanciavano un segnale di insofferenza per non dire di odio puro. "Sono stato chiaro?" La mia battuta finale, una scarsa imitazione del Sergente Hartman di Full Metal Jacket non mi era uscita molto bene. C'era qualcosa in quel ragazzo che mi aveva spaventato. Non per un'eventuale reazione violenta né per il timore di un attacco fisico. Quello che mi aveva spaventato era l'atteggiamento di questo ragazzo di fronte a una minaccia fisica nemmeno troppo sottile. Sembrava non esserne minimamente preoccupato, come se di cose simili ne avesse già viste abbastanza da essersi fortificato. Non rassegnato, fortificato. Mollai la presa mentre gli alunni e le maestre ritornavano in pozzetto. Nessuno si era accorto di nulla. Goran era rimasto nella medesima posizione, io mi girai con un sorriso standard per le ultime istruzioni prima della partenza.

Mentre parlavo sentivo lo sguardo ostile del ragazzo alle mie spalle e la cosa non mi piaceva affatto.

La mia sortita nei suoi confronti sembrava non avere ottenuto nessuno degli effetti desiderati. Questo ragazzo sembrava immune alle minacce di botte o punizioni. Dava l'idea di averne prese tante, sia delle une che delle altre. Mentre lo minacciavo, scrutandolo così da vicino, avevo intravisto un tratto di un tatuaggio sul collo e la cosa mi aveva impressionato. Pochi ragazzi di 14 anni risultano tatuati, soprattutto non con quel genere di segni. Teschi e pugnali non fanno parte del repertorio dei giovani imitatori di rapper di periferia. Quei tratti bluastri sulla pelle chiara mi avevano rammentato i tatuaggi descritti nel libro Educazione Siberiana.

Qual era la vera storia di Goran? Quali esperienze o situazioni aveva vissuto questa specie di alieno in mezzo a ragazzini la cui unica preoccupazione sembrava essere quella di avere lo smrtphone più fico o la maglia del calciatore preferito? Mi accinsi alla partenza con la testa divisa in due. Una parte alle manovre e al gruppo di ragazzini in festosa attesa, l'altra a quello strano ragazzo, immobile e silenzioso.

Quasi d'istinto mi girai verso di lui "Goran, visto che sei già al posto del timoniere, alzati e metti le mani sulla ruota".

Il ragazzo restò per qualche istante fermo come una statua di marmo. Poi si alzò poggiando una mano sul timone. Mi avvicinai al quadro motore e gli spiegai il funzionamento della chiave e della manetta, Alternava lo sguardo tra me ed il pannello comandi iniziando ad annuire lentamente seguendo le istruzioni. "Ok ragazzi, ora lasceremo gli ormeggi - annunciai al gruppo - visto che Goran è il più grande a bordo ed è già in posizione, sarà lui a portarci fuori!"

Una delle maestre mi guardò indirizzandomi uno sguardo tra lo stupito e il preoccupato. Le risposi, sempre con un cenno, che andava tutto bene.

Posizionai altri due ragazzini alle trappe di prua, già parzialmente lascate, istruendoli su come lasciarle cadere in acqua al mio comando. Lascai la cima di dritta a poppa, pronto per lanciarla in banchina e mi girai verso Goran. Lo vidi con la cima in mano come avevo io. Aveva imitato esattamente le mie mosse e mi guardava in attesa. "Mollate a prua e rientrate in pozzetto come vi ho fatto vedere prima!" gridai prontamente accontentato. Volsi lo sguardo a Goran indicandogli di mollare la sua cima sottovento "Quando te lo dico, inserisci piano la marcia avanti, ok?"

Annuì.

"Ora, vai! Ordinai mollando l'ultima cima sopravvento. La barca iniziò a muoversi uscendo dal suo posto.

"Ora gira piano la ruota e controlla la prua. Come se fosse un'auto, ma sempre piano, senza fretta"

Goran eseguiva senza tentennamenti o apparente timore. Anzi, la cosa sembrava iniziare a interessargli. Uscimmo dal porto ponendoci alla testa della piccola flottiglia. I ragazzini , come al solito, si lasciavano andare a grida di saluto con i compagni delle altre barche e si guardavano intorno eccitati. Per queste gite proibivamo l'uso dei telefonini consentendo solo nella pausa pranzo di riprenderli dagli zainetti. Preparai l'issata delle vele distribuendo i vari compiti tra tutti gli studenti ed in breve stavamo navigando a vela. Dissi a Goran di spegnere il motore e mantenere l'andatura di bolina larga che avevamo impostato. Il ragazzo sembrava nato per governare una barca. Concentrato su quello che stava facendo, riusciva a mantenere la rotta correggendo d'istinto i piccoli spostamenti. La mascella ancora rigida ma non più per la durezza caratteriale piuttosto per un impegno profuso nel fare una cosa.

Navigammo per un paio d'ore nel golfo con una serie di cambi alla ruota da parte di tutti i ragazzini. Goran passava da una manovra all'altra aiutando, con la sua forza, i compagni. Cazzava scotte e manovrava stopper e cime, dietro mie indicazioni, come se lo avesse sempre fatto. In una occasione lo vidi correggere leggermente il timone a un compagno dicendogli qualcosa su come tenerlo dritto. Arrivammo nel canale di Portovenere verso l'ora di pranzo. Normalmente ci ormeggiavamo ai gavitelli utilizzati nel periodo estivo dai traghetti che portavano tonnellate di turisti verso le Cinque Terre.

Accennai ai ragazzi le operazioni che avremmo dovuto fare per agganciare una delle boe davanti a noi. Goran afferrò una cima guardandomi in attesa. Me lo portai a prua spiegandogli cosa doveva fare e assegnando a un altro allievo il compito di agganciare il gavitello col mezzo marinaio. Eseguii l'avvicinamento portando la prua al vento. I due ragazzi a prua fecero una manovra da manuale agganciando la boa e fissando la cima alle gallocce stile "bona la prima!"

La pausa pranzo si svolse con il solito clima festoso con i ragazzini che, ovviamente, cazzeggiavano finalmente grati di un'ora di libertà. Panini di varie fogge e dimensioni spuntarono dai cartocci di alluminio. Spruzzi di Coca Cola e Fanta dalle lattine. Goran si venne a sedere dietro di me che mi ero sistemato vicino alle maestre. La trasformazione nell'atteggiamento di questo strano ragazzotto era stata incredibile! Le maestre mi guardavano con muti cenni del capo a indicare Goran che sorrideva, incredibile, scambiando parole e lazzi con i compagni.

Una barca di una nota scuola di vela, carica di allievi adulti, tentò una serie di prese di gavitello, con risultati disastrosi. Colsi l'occasione per complimentarmi con tutti loro e, soprattutto con Goran, per il fatto di essere riusciti in una manovra la quale degli adulti su un altra barca stentavano a compiere correttamente. I ragazzini, feroci e implacabili come solo dei dodicenni possono essere, si misero a gridare "Buuuuuu" in direzione dei malcapitati accompagnado con "Noi ci siamo riusciti e voi no!!" "Riprovate, sarete più fortunati!". Tutti urlavano. Goran sorrideva e si scherniva per le pacche sulle spalle dei suoi compagni più piccoli. Era accaduta una di quelle magie che fanno di un gruppo di persone un equipaggio. Una magia incredibile per chi non l'avesse potuta toccare con mano.

Dentro di me ero contento. Contento per quel ragazzo alieno con il quale ero partito col piede sbagliato, ripetendo un atteggiamento che aveva già dimostrato di essere sbagliato. Ero contento che con pochi piccoli gesti, ero riuscito ad accendere una piccola scintilla di interesse in una ragazzo considerato un caso problematico. Non era merito mio, ovviamente. Il merito andava alla magia della barca. Io avevo solo dato una opportunità che, forse, mai era stata data prima. L'opportunità di essere investiti di un ruolo, di un compito, di un atto di fiducia. Quella era stata la chiave di quella trasformazione.

Rientrammo alle 15,30, come al solito. Goran aiutò nella manovra di ormeggio e sistemò con cura cime e materiale. Aiutò i compagni a passare gli zaini e una maestra a scendere. Sembrava voler rimandare al più tardi possibile il momento in cui avrebbe dovuto scendere da 'Sampei'. Quando il momento dei commiati venne, dopo saluti, high five e strette di mano con tutti, me lo ritrovai davanti, Goran. Mi guardò con una espressione seria e strana. Mi circondò con un abbraccio da orso, stringendomi forte sussurrandomi piano: "Grazie , skipper, grazie. Spero di ritornare presto!"

Si sciolse dall'abbraccio rapidamente, quasi vergognoso per il momento "umano" e si incamminò seguendo i compagni, alcuni dei quali, stavolta, lo stavano aspettando.

Non rividi mai più Goran. I professori e le maestre mi dissero, tempo dopo, che il suo comportamento era molto migliorato a scuola, coi compagni, e che spessissimo parlava di quella volta che era stato in barca. Non so che fine abbia fatto. Qualcuno disse che dopo le medie si era interessato per l'istituto nautico. Ogni tanto ci ripenso a Goran e mi piace immaginarlo su una barca, al timone, con lo sguardo verso le onde. Uno sguardo non più duro, feroce, chiuso a difesa, ma aperto verso un orizzonte diverso.

Questa è una storia vera accaduta nella primavera del 2010. Il nome Goran è l'unica cosa di fantasia.

 

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