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Fuoribordo

Il fuoribordo: cos’è

Il fuoribordo è un motore marino che si monta esterno alla barca, generalmente sullo specchio di poppa, orientabile per dare direzionalità alla barca. È quindi in grado di spingere la barca ma funge anche da timone. Tali propulsori dal punto di vista normativo in Italia si dividono in due categorie: fino a 40 HP ovvero i motori fuoribordo che non necessitano di patente per la conduzione, e quelli oltre tale soglia, che necessitano di patente. Quando si tratta di motori di media e grande potenza, su barche generalmente oltre i 23 piedi (sette metri c.a.), a volte la loro installazione avviene su gil bracket, un supporto che può essere strutturale, resinato con lo scafo, oppure in lega di alluminio: una struttura a tralicci imbullonata allo specchio di poppa. Un fuoribordo viene installato su bracket quando si vuole allontanare il motore dalla poppa della barca, allungandone in pratica la linea di galleggiamento. In questo modo i motori vengono a trovarsi in una posizione più bassa e ciò genera due risultati: migliora la distribuzione dei pesi a bordo, abbassando il baricentro della barca, e migliora la presa in acqua dell’elica, che lavora in acqua più “dura”, meno influenzata dalle turbolenze generate dallo scafo in navigazione.

Il fuoribordo si compone di tre parti fondamentali: la testa, dove è contenuto il motore; il gambo, dove gira l’albero della trasmissione, che su alcuni modelli più essere richiesto di lunghezza standard, lungo o extra lungo, per adattarsi all’altezza ciascun specchio di poppa; il piede, caratterizzato dalla presenza di un rigonfiamento a ogiva, dove sono contenuti il cambio e l’albero che porta al mozzo, al quale è fissata l’elica. Tali propulsori possono essere montati singolarmente oppure in accoppiamenti anche multipli: diffuse le installazioni bimotore, più rare le trimotore, eccezionali ma pur sempre nel mercato quelle da quattro motori in su, queste ultime diffuse soprattutto sul mercato americano. Il fuoribordo ha dalla sua diversi vantaggi: non occupa spazio in barca; il suo posizionamento esterno favorisce la manutenzione; il suo sistema propulsivo e di governo è fra i più efficaci in manovra; grazie alla presenza del trim – sistema manuale o elettro-idraulico che serve a regolare l’inclinazione del fuoribordo, si può facilmente influire sull’assetto della barca, adattandolo il propulsore a ogni situazione di carico, velocità e condizioni meteo marine.

Nelle installazioni multiple, due o più motori sulla stessa barca, i motori devono avere sensi di rotazione dell’elica contrapposti, per compensare gli effetti evolutivi delle stesse sull’imbarcazione.

I motori fuoribordo oggi in commercio sono di due tipi: con motore endotermico, a scoppio, oppure con motore elettrico. Le potenze disponibili per le unità termiche in commercio vanno dai 2,3 cavalli di potenza fino a 627 HP, comprese le versioni diesel, da poco nominalmente entrate sul mercato, ma ancora lontane dal poter essere definite diffuse.

Il fuoribordo: la storia

Ole Evinrude: dice niente questo nome? Per la nautica vuol dire tanto, anzi tantissimo. Si deve proprio a Mr. Ole l’invenzione del fuoribordo o meglio la prima produzione in serie di questo tipo di propulsori che la storia fa risalire al 1909, oltre cento anni fa. Erano i tempi in cui il motore endotermico era avviato a soppiantare quello a combustione esterna, quello delle macchine a vapore che ancora sbuffavano sui treni. In Italia si sperimentavano i primi voli aerei, la Fiat proponeva la Tipo 1, la Ford negli USA produceva la prima vettura popolare, il Modello T, e la diffusione del motore quattro tempi era galoppante. Evinrude, invece, per il suo fuoribordo fece una scelta tecnologica diametralmente opposta. Anche la sua idea di mobilità in acqua era rivolta alle masse e per questo voleva che il fuoribordo rispondesse a tre requisiti fondamentali: leggerezza, semplicità e versatilità. Peculiarità che sposavano perfettamente le caratteristiche del motore due tempi, piuttosto di quelle dei motori ciclo Otto dell’epoca, mastodontici, pesanti, complessi. Dunque, la scelta del tipo di gruppo termico da utilizzare fu in un certo senso obbligata, il motore due tempi era l’ideale per un fuoribordo, che doveva avere pesi contenuti ed erogazioni di potenza significative, affidabilità e semplicità di funzionamento. Per tantissimo tempo l’idea di Evinrude fu assolutamente vincente, l’unica strada percorribile dal punto di vista tecnico nella costruzione dei fuoribordo, e contribuì in maniera determinante alla diffusione del diporto, del piacere di andare in barca in tutto il mondo, facendolo diventare un fenomeno di massa.

Oggi il mercato è cambiato parecchio, anche per via delle forti restrizioni alle emissioni nocive che man mano furono introdotte, qualcuno dice ad arte per favorire i motori quattro tempi, portati al debutto dai costruttori giapponesi e oggi divenuti preminenti. E’ innegabile come i due tempi di una volta per garantire la lubrificazione del motore bruciassero grandi quantità d’olio molto inquinanti ma, col progredire delle tecnologie, proprio grazie al lavoro di sviluppo e ricerca, negli anni queste si sono andate sempre più riducendo. Così i 2 tempi oggi, grazie ai sistemi di alimentazione a iniezione gestiti dall'elettronica, hanno un impatto ambientale pressoché equiparabile se non talvolta minore, rispetto ai corrispettivi, in termini di potenza, propulsori 4 tempi.

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