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Il rigger Danilo Fabbroni ricorda "Boniek" amico e collega

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Boniek, Roberto Reno foto di Alex D'Agosta ©
Boniek, Roberto Reno foto di Alex D'Agosta ©

Bologna, 14 dicembre - Si sono svolte oggi le eseguie di Roberto Reno, conosciuto nel mondo dello yachting con il soprannome di Boniek. Romagnolo, un personaggio speciale, felliniano, benvoluto da tutti. Sommozzatore sulle piattaforme petrolifere adriatiche prima che rigger e "problem solver" per blasonate barche (dal primo Moro di Venezia a Mascalzone Latino fino al maxi 100'  Esimit Europa), deltaplanista appassionato. Citando Vasco Rossi potremmo definire la vita di "Boniek" esagerata e spericolata, come quelle dei film... Tutti coloro che lo hanno conosciuto raccontano aneddoti simpatici e incredibili, tutti profondamente umani. Un suo collega, il guru del rigging (ma non solo, è fotografo e scrive libri) Danilo Fabbroni ci ha gentilmente consentito di diffondere questo suo racconto, una storia che va oltre il semplice ricordo...
 

Dove vai all’estero, appena sanno che sei italiano, ti chiedono se lo conosci.
Questo figuro risponde al nome in codice di Boniek, al secolo Roberto Reno.
Boniek, sì, come l’indimenticabile bomber del calcio.
E certo che ci vorrebbe la dote di un Gianni Brera per descrivere appieno questa sagoma vivente, degna del miglior Zelig.
Boniek, controfigura del calciatore, nacque sommozzatore di profondità, impelagato nei porti melmosi dell’Adriatico.
Il caso volle che Il Moro di Venezia I, un giorno prese l’immancabile catenaria sul bulbo ed Angelo non trovò di meglio (lo dobbiamo ringraziare anche per questo!) che arruolare Boniek nell’opera di liberare l’inconveniente dal bulbo.
Raul, il paron, stava per arrivare e la barca doveva esser pronta a veleggiare in men che non si dica.
Arriva Raul Gardini, e si salpa senza nemmeno dar il tempo a Boniek di sbarcare.
Ed arriva così il battesimo dell’acqua per Boniek.

«[…] la follia, mio Signore, come il sole se ne va passeggiando per il mondo, e non c’è luogo dove non risplenda».
Shakspeare, La Dodicesima Notte, Atto III, Scena I

Ebbene, quando faccio capolino la prima volta in Spagna, ecco venir fuori la classica domanda per appurare se ero al dentro davvero nel milieu velico e che verteva sulla conoscenza o meno del pittoresco Boniek.

Un giorno decido di capir anch’io da dove venisse quella fama di Boniek in terra spagnola e mi raccontano la storia del trasferimento di Longobarda.
Siamo più o meno in tempi di Tangentopoli, o forse verso la sua fine, giù attorno al 1993, anche prima guerra del Golfo, “Desert Storm” et cetera.
Un mondo che cambia.

Longobarda, stupefacente ketch con la prua rovescia, ex Fisher & Paykel, appartiene a Gianni Varasi, amico e partner d’affari di Raul Gardini, ed è ferma dal cantiere Tencara, quello dei Mori di Coppa, a Marghera.
Longobarda viene venduta in quei giorni ad un team spagnolo che la vuol usare come lepre per organizzare una sfida alla regata attorno al mondo.
Nel contratto c’è però la clausola che daranno l’ultima tranche di pagamento quando la barca sarà felicemente ormeggiata in un porto spagnolo.

Così Lorenzo Bortolotti, che è a capo delle barche di Varasi decide che affinchè la barca arrivi sana e salva, tenuto conto che il periglioso trasferimento si farà in pieno inverno, avendo da attraversare anche il brutto Golfo del Leone, si accerta che Boniek sia tra l’equipaggio iberico, garante dell’incolumità di tutto e di tutti.
Come se si fosse previsto tutto, ecco la Grande Scoppola arrivare proprio sul Leone, in pieno inverno.
50 nodi e passa, tutti sulla capeza dei malcapitati.
E di notte (sennò è troppo facile!).
A questo punto il dramma.

Con bonaccia tutti son marinai.
Antico detto portofinense

Il genoa #3 - ricordiamoci che allora si trattava di carton gesso di kevlar pesanti come dei laminati dell’Ilva! – si era incastrato nel maledetto strallo cavo, a metà, e non veniva più giù, né saliva.
Chi poteva aver l’audacia e il colpo da matto per risolvere l’incresciosa situazione se non il mitologico Boniek?
Ebbene sì, cari Signori: Boniek che aveva fatto dell’ammirazione per i Gurkha una sua fede-di-vita, essendo questi una popolazione nepalese resa famosa per aver servito con indefesso coraggio a fianco dell’esercito britannico, non poteva non aver un coltello con sé degno dell’opera e del momento.
E in men che non si dica tagliò a fette ralinga incastrata, ferzi e chi più ne ha, più ne metta, tanto che la vela, a straccioni, venne giù in coperta con sollievo di tutto.
Da allora in terra iberica, il Signor Gurkha/Boniek è conosciuto meglio come Senor Cuchillo, che sta a significare Signor Coltellaccio!
Non so se è chiaro, direbbe Vittorio Mariani!

Un finalino su Boniek.
Metà anni Ottanta. Alla Fabbroni & Vongher siamo pieni di lavoro. In due non ci caviam le zampe. Boniek era disponbile per alcune giornate per tirar su un albero di una barca grossa.
Arriva dalla romagna col suo riconoscibilissimo furgone VW stile hippy anni Sessanta e con l’immancabile deltaplano sopra il tetto.
Mi preoccupo dove sistemarlo ma lui mi sorprende dicendo che va in collina sull’Argentario dove c’è una pista, o una specie di trampolino per matti che spiccano il volo con questi strani ombrelli a vela, e che dorme dentro il furgone in quanto ha cucinetta, WC chimico, insomma è autonomo.
Va beh, gli dico io, basta che alle 8 della mattina ti fai trovare sul piazzalone alle spalle del cantiere di Cala Galera così incominciamo il lungo lavoro.
L’indomani, alle 7 e passa io e Vittorio siamo a parcheggiare per andar in cantiere ma del furgone di Boniek neanche l’ombra.
Decidiamo di iniziare, scoccate le 8 anche senza il mitico terzo uomo.
Ad un certo punto mentre stiamo a metter una crocetta sull’albero, o qualcosa di simile, vediamo a fine del grande piazzalone del cantiere, quasi verso l’orizzonte, stagliarsi nel cielo qualcosa, che non capiam bene cosa fosse.
Ebbene, pochi minuti dopo ecco profilarsi più a fuoco un deltaplano che atterra a poche decine di metri da noi… ed allora io collego il tutto: Boniek!

Era quel matto di Boniek che aveva spiccato il volo dal monte Argentario ed era atterrato da noi vicino all’albero.
Diavolo d’uomo!

testo di Danilo Fabbroni ©
foto di Alex D'Agosta ©

 

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