Dalla Groenlandia a Plymouth: 2.300 miglia d’oceano in tempesta con un Contessa 32

Dalla Groenlandia a Plymouth: 2.300 miglia d’oceano in tempesta con un Contessa 32

Dalla Groenlandia a Plymouth: 2.300 miglia d’oceano in tempesta con un Contessa 32

Storia e Cultura

26/04/2026 - 09:18

Chiunque abbia avuto l’occasione di osservare l’arazzo di Bayeux si è potuto rendere conto di quanto siano vichinghi gli inglesi. Per una lite tra fratelli non esitarono, nel 1066, a costruire una flotta di drakkar e a invadere l’Inghilterra… Mare, battaglie, vendette: per chi condivide questo immaginario, il cielo è grigio striato di ghiaccio, il mare è grigio striato di schiuma e il vento fischia nel sartiame.

L’eroe della nostra avventura, Alan Kerr, con una barca tradizionale inglese come lui (9,75 x 2,9 m, chiglia lunga e molta zavorra), doveva rientrare a Plymouth dalla Groenlandia.

Bisogna soffermarsi sulla barca, che è un Contessa 32. Di nome “Assent”, ha vinto nella sua categoria la disastrosa Fastnet del 1979. Durante quella competizione la flotta incontrò una burrasca estiva forte ma breve: i meteorologi parlarono di un “pozzo depressionario”, cioè una sorta di uragano europeo, che sviluppò in poco tempo venti di 80 nodi e onde di 9 metri. In quell’occasione ci furono 19 persone L.A.S. (lost at sea), come laconicamente riportano i Lloyd’s: “perduti in mare”, perché in mare non si cade come in guerra, ci si perde e non si ritorna.

Prima di parlare della traversata, è necessario però un breve antefatto: Willie Kerr, armatore della barca e padre di Alan, era un ingegnere militare e aveva sviluppato un forte interesse per le alte latitudini e per le regate. Nel suo palmarès figurano due Round Britain, tre Three Peaks (una classica scozzese che comprende anche una parte di trekking) e una traversata transatlantica. In seguito perse interesse per le regate, ma non per il mare: circumnavigò prima le Shetland, poi l’Islanda, quindi raggiunse le Falkland e l’Antartide, per poi risalire il Pacifico fino all’Alaska, attraversando successivamente il Nord America, in parte su un camion e in parte navigando sui grandi laghi. Questo instancabile navigatore stava tranquillamente costeggiando la Groenlandia con la sua barca, a 84 anni, quando un attacco di cuore lo costrinse a interrompere il viaggio e a ricoverarsi in ospedale, lasciando il trasferimento verso Plymouth, porto d’armamento, al figlio Alan. Alan coinvolse nella traversata di ritorno anche un giornalista, Alastair Scott, che aveva già navigato con Willie.

Come si può immaginare, l’estate groenlandese è breve, circa tre settimane, e per tre diversi motivi Assent e il suo equipaggio si trovano in ritardo sulla tabella di marcia. Partiti da Sisimiut, sulla costa occidentale, una rottura della ferramenta dello strallo li costringe a rientrare nel porto di Maniitsoq, dove effettuano le riparazioni e ripartono. Dopo due giorni, un avviso di burrasca li obbliga a fermarsi nuovamente. Danno ancora in un fiordo, dove rischiano di perdere la barca a causa di un “blizzard” groenlandese che li fa arare, spingendoli verso i bassifondi.

Riprendono il mare e incontrano una vera processione di iceberg provenienti da sud. Per decidere il da farsi consultano il portolano, che avvisa che, in presenza di vento da Est come in quel momento, è necessario mantenere un’ampia distanza da Capo Farewell (l’estremità meridionale della Groenlandia), almeno 120 miglia. Ai nostri non resta dunque che puntare verso il Canada per evitare i ghiacci. Finalmente si mettono in rotta per doppiare Capo Farewell (o meglio la longitudine del capo, dato che si trovavano a 150 miglia dalla costa), prua verso l’Inghilterra, quando il bollettino meteo in SSB annuncia la prima burrasca invernale, con venti artici forza 9/10.

Ammainate le vele da lavoro e issata la tormentina, la barca fila a 7 nodi nella direzione giusta. Ma il mare monta e i due tendono delle cime da una parte all’altra del pozzetto, molto piccolo, per evitare di essere sbalzati fuori bordo. Il mare continua a crescere: sono costretti a chiudersi all’interno e sperare. Il pilota automatico arranca: per due volte la barca si intraversa, mette le crocette in acqua e sottocoperta si scatena il pandemonio. È necessario restare legati anche all’interno. Il mare monta ancora e sfonda parzialmente le tavole del boccaporto; l’acqua entra anche dalle lande e raggiunge il materasso della cuccetta sottovento per poi riversarsi sul pagliolato. Si organizzano turni alla pompa di sentina manuale: quattro ore di guardia, con 20 minuti ogni ora dedicati allo svuotamento, mentre la burrasca sembra non finire mai.

Andrà avanti per 180 ore: molte di paura, tutte di umidità e freddo intenso. Ma la barca si dimostra un cavallo di razza. Nell’ultima scuffia si rompe la pala del pilota a vento e anche il generatore eolico rimane penzolante dal suo supporto, tenuto solo dai cavi elettrici. Poi spunta il sole su un mare ancora selvaggio e il vento cala: sono a 200 miglia da casa e finalmente possono issare genoa e randa e indossare abiti asciutti conservati nei contenitori stagni. È fatta.

In sintesi, Assent ha lasciato Paamiut il 2 settembre ed è arrivata a Plymouth il 26, percorrendo circa 2.300 miglia a una media di 4 nodi. L’equipaggio ha affrontato, su una piccola imbarcazione, una bufera artica invernale con i soli mezzi di bordo, senza comunicazioni satellitari né supporto esterno per la navigazione, gestendo autonomamente ogni criticità e trovando soluzioni efficaci al peggiorare delle condizioni meteo.

Michele Ansaloni

©PressMare - riproduzione riservata

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