Marcello Bozzarelli
Marcello Bozzarelli: dallo yacht design di Savannah agli interni del 110 metri O3 di Lürssen
Alcuni designer si avvicinano al mondo dello yachting con uno stile distintivo da imporre. Marcello Bozzarelli, di CG Design, vi arriva con un metodo. Architetto di formazione, laureato con specializzazione in restauro architettonico, porta in ogni progetto la sensibilità di chi ha imparato a comprendere un luogo prima di trasformarlo.
PressMare – Ripercorrendo la sua carriera, quali esperienze hanno maggiormente influenzato il suo approccio alla progettazione e quali ritiene siano gli elementi che rendono riconoscibile un suo progetto?
Marcello Bozzarelli – Sono architetto di formazione, con una laurea specialistica in restauro architettonico. Il mio percorso accademico ha contribuito a sviluppare un approccio alla progettazione sensibile, attento e meticoloso rispetto al contesto nel quale mi trovo a operare.
L’organizzazione degli spazi, la fluidità dei percorsi, la capacità di trasformare gli ostacoli in opportunità, l’integrazione degli elementi strutturali e tecnici e un’attenzione costante ai dettagli sono tutti aspetti che contribuiscono a definire la mia architettura e i miei spazi interni. Insieme costituiscono la struttura portante di ogni progetto, il suo scheletro. È questa l’impostazione che sviluppo per prima, prima di conferire al progetto la sua espressione definitiva, quasi come se lo vestissi di un’identità distintiva attraverso materiali, finiture e un linguaggio estetico che i clienti finiranno per vedere, vivere e abitare.
Credo che ciò che rende riconoscibile un mio progetto sia proprio il modo in cui questi elementi si combinano per creare un insieme coerente, nel quale organizzazione spaziale, integrazione tecnica ed espressione estetica risultano inseparabili. Per me progettare non significa imporre uno stile riconoscibile, ma trovare il giusto equilibrio tra il carattere di un luogo, le esigenze di chi lo abita e la visione architettonica che tiene insieme ogni elemento.
Non esiste un singolo progetto che abbia definito il mio approccio alla progettazione. Si tratta piuttosto di un processo continuo di crescita ed evoluzione, alimentato da ogni nuova esperienza, sia a terra sia in mare.
Certamente Savannah rappresenta il mio primo grande progetto nel settore dello yachting. In qualità di co-designer, mi sono trovato a superare i confini delle mie precedenti esperienze e a esplorare una dimensione completamente nuova dell’architettura. Comprendere i clienti e i loro stili di vita, in particolare il modo in cui vivono a bordo di uno yacht; sviluppare uno stretto rapporto con il cantiere; affrontare sfide tecniche complesse; lavorare in spazi profondamente diversi da quelli dell’architettura terrestre: tutto questo mi ha portato a riconsiderare approcci consolidati e a individuare nuove soluzioni.
In definitiva, Savannah ha rafforzato la mia convinzione che una buona progettazione vada ben oltre l’estetica. Significa creare spazi nei quali ogni elemento abbia una funzione, ogni vincolo possa trasformarsi in un’opportunità e l’insieme risulti naturale, coerente e privo di apparente complessità.
PM – Questa convinzione, secondo cui il progetto deve essere al servizio delle persone che vivono gli spazi, conduce naturalmente al rapporto che è alla base di ogni progetto nautico: quello tra designer e armatore. Quando progetta, come traduce lo stile di vita dell’armatore in dettagli che risultino istintivamente appropriati? E come valuta quando assecondarne le intuizioni e quando, invece, metterle in discussione?
MB – Non credo esistano dettagli intrinsecamente giusti sulla sola base dell’istinto, perché questo renderebbe il loro valore puramente soggettivo. In architettura, i dettagli acquistano significato quando contribuiscono a una sensazione complessiva di armonia, che nasce dall’equilibrio tra l’organizzazione degli spazi, i materiali e il modo in cui questi vengono accostati.
Nei progetti nautici ai quali ho lavorato finora ho avuto il privilegio, ma anche la responsabilità, di collaborare a stretto contatto con gli armatori. Questo mi ha permesso di comprenderne non soltanto le esigenze e le preferenze, ma anche il modo in cui desiderano vivere il mare. Ogni progetto si sviluppa attraverso un dialogo continuo: ascoltiamo, interpretiamo e poi proponiamo le nostre soluzioni, frutto dell’esperienza, della sensibilità e della nostra visione dello spazio.
Credo sia fondamentale rispettare le intuizioni dell’armatore, perché sono profondamente legate al suo modo personale di vivere. Allo stesso tempo, il nostro ruolo di progettisti è quello di orientare queste intuizioni, soprattutto quando una preferenza individuale rischia di compromettere l’armonia dell’insieme. In definitiva, si tratta di trovare un equilibrio tra la visione personale dell’armatore e l’integrità del progetto architettonico.
PM – Probabilmente il dialogo tra progettista e armatore ha trovato una delle sue espressioni più compiute proprio su Savannah, dove una visione condivisa ha plasmato lo yacht, dalla sua architettura fino ai più piccoli accessori. Il progetto ha ottenuto riconoscimenti proprio per la coerenza del suo insieme. Come siete riusciti a raggiungere questa unità progettuale, conferendo al tempo stesso ai singoli ambienti un carattere proprio e la capacità di sorprendere?
MB – Savannah è stato concepito attorno all’idea di creare una continuità tra gli spazi interni ed esterni. Era una visione condivisa con l’armatore, perché rispecchiava il modo in cui lui e la sua famiglia desideravano vivere a bordo. Questo ci ha portato a sviluppare percorsi fluidi, ampie aperture e, laddove non fosse possibile avere una vista diretta verso l’esterno, porzioni laterali dei cielini rivestite a specchio, capaci di catturare e riflettere il mare, portandone la presenza e la luce mutevole all’interno delle cabine.
Siamo stati coinvolti nel progetto nella sua interezza, occupandoci sia dell’architettura dello yacht sia dei suoi interni. Questo ci ha consentito di sviluppare una visione unitaria, stabilendo un rapporto molto stretto tra esterno e interno. Colori, materiali, dettagli, arredi e persino gli accessori più piccoli sono stati studiati attentamente come parte di un unico linguaggio progettuale. Ogni elemento dialoga con gli altri e contribuisce alla coerenza dell’insieme. Quando ci si trova a bordo, si percepisce chiaramente di essere su Savannah: ci si sente connessi allo yacht e si diventa parte del suo mondo.
Allo stesso tempo, coerenza non significa uniformità. La funzione e il carattere di ogni ambiente guidano la progettazione, introducendo talvolta elementi inattesi e occasioni di scoperta. Yacht di queste dimensioni hanno bisogno di varietà, di atmosfere differenti e di esperienze spaziali diversificate. Senza queste variazioni, gli interni rischierebbero di diventare monotoni nel tempo, sacrificando l’individualità in nome della continuità.
Per me la coerenza risiede nell’approccio progettuale, non nella ripetizione dei materiali; nel modo in cui gli spazi vengono concepiti, non semplicemente nel modo in cui vengono vestiti. La struttura di fondo rimane costante, mentre a ogni ambiente vengono attribuiti una propria identità, un carattere e una funzione specifica.
PM – Naturalmente, uno yacht è anche un ambiente particolarmente impegnativo, perché ogni materiale deve rispondere sia a precise ambizioni estetiche sia alle esigenze della vita in mare. Le è mai capitato che un vincolo pratico la portasse a individuare una soluzione più interessante di quella inizialmente immaginata?
MB – Credo che ogni vincolo rappresenti un’opportunità di esplorazione, ricerca e scoperta. Anziché considerare le limitazioni come ostacoli, le vedo come un punto di partenza per individuare nuove soluzioni ed esplorare possibilità che altrimenti forse non avrei preso in considerazione.
Abbiamo recentemente completato O3, un ambizioso progetto di 110 metri realizzato con Lürssen. Quando siamo entrati a far parte del progetto, lo yacht era già in costruzione e possedeva un’identità forte e ben definita, quella di un explorer yacht. Questo ha rappresentato un interessante punto di partenza per il progetto degli interni, spingendoci a esplorare approcci nuovi e a sviluppare soluzioni con le quali non ci eravamo confrontati in precedenza.
Abbiamo sperimentato un articolato gioco di materiali e texture, combinando il carattere deciso e vigoroso dei metalli con le qualità più morbide e calde del legno, accanto alla presenza più ricercata del bronzo, del vetro e delle superfici materiche. L’intenzione era creare contrasti tra forza e calore, solidità e leggerezza, familiarità e sorpresa. Invece di lasciare che i vincoli del progetto esistente limitassero il design, li abbiamo utilizzati come un’opportunità per esplorare un nuovo linguaggio materico e introdurre elementi inattesi nei diversi ambienti interni.
Per me è proprio in queste circostanze che spesso nascono le soluzioni progettuali più interessanti: quando un vincolo ti spinge oltre le idee iniziali e ti conduce verso qualcosa che, diversamente, non avresti mai immaginato.
PM – Se lo yachting ha aperto un nuovo capitolo della sua carriera, la sua attività continua anche a terra, dove le problematiche sono differenti, ma la filosofia progettuale rimane la stessa. Quando progetta una residenza privata, come riesce a conciliare l’esigenza di creare una casa che rispecchi il cliente nel presente con quella di realizzare spazi capaci di evolvere insieme ai cambiamenti della sua vita?
MB – Non è sempre facile trovare il giusto equilibrio, ma è proprio questo il nostro ruolo di progettisti: creare spazi che riflettano le abitudini, la personalità e lo stile di vita del cliente, lasciando allo stesso tempo spazio al cambiamento. Questo richiede una stretta collaborazione con i committenti, coinvolgendoli nel processo progettuale e incoraggiandoli a riflettere su come utilizzano oggi i propri ambienti, ma anche su come le loro esigenze e il loro stile di vita potrebbero evolvere in futuro.
Allo stesso tempo, l’espressione estetica, il vestito del progetto, se vogliamo, deve essere senza tempo, anziché seguire tendenze passeggere. Soprattutto, deve rispondere al contesto circostante e risultare profondamente radicata nel luogo. Un progetto a Mustique non può avere lo stesso carattere di uno in Svezia, a Verbier o in un contesto urbano. Ogni luogo possiede una propria identità, un’atmosfera e un linguaggio architettonico specifici, ai quali il progetto deve saper rispondere.
La nostra estetica è contemporanea ma al tempo stesso classica, costruita attorno a un attento dialogo tra materiali durevoli, resistenti, eleganti e capaci di suscitare interesse visivo. I contrasti svolgono un ruolo importante nell’evitare la prevedibilità e nel conferire a ogni ambiente un carattere proprio.
Raggiungiamo questo equilibrio combinando elementi su misura, progettati specificamente per il singolo intervento, con arredi e oggetti accuratamente selezionati tra quelli disponibili sul mercato. I mobili vintage portano con sé il fascino e la profondità del passato, mentre quelli contemporanei mantengono gli ambienti in sintonia con il presente. L’arte, a sua volta, introduce un’altra dimensione essenziale: la personalità del cliente, i suoi interessi e la sua sensibilità.
In definitiva, credo che una casa debba trasmettere un’identità profondamente personale fin dal momento in cui viene creata, senza tuttavia rimanere legata a una particolare epoca. L’architettura e il progetto complessivo devono fornire una base destinata a durare, mentre gli arredi, le opere d’arte e i singoli oggetti consentono alla casa di evolvere naturalmente insieme ai suoi proprietari. L’obiettivo è creare interni che mantengano nel tempo la propria attualità e il proprio significato, non perché resistano al cambiamento, ma perché sono progettati per accoglierlo.
Rebecca Gabbi
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