Yacht Refit e sostenibilità: allungare la vita significa ridurre l’impatto. Foto Lusben, archivio PressMare
Yacht Refit e sostenibilità: allungare la vita significa ridurre l’impatto
Alfonso Postorino, profondo conoscitore della yacht industry, firma per PressMare una serie di approfondimenti dedicati al refit dei grandi yacht. Stavolta l'argomento riguarda il refit quale leva concreta di sostenibilità. Un’analisi tecnica che mette al centro dati, casi reali e criteri operativi per comprendere come l’estensione della vita utile delle unità, possa tradursi in una riduzione misurabile dell’impatto ambientale.
Sono ormai tanti anni che il termine “sostenibilità” è diventato comune anche nella nautica, anche se non viene sempre usato in modo appropriato. Quando si parla di sostenibilità ambientale, senza specificare il contesto e senza supportare con dati certi quanto si vuole affermare, è facile scivolare nel “greenwashing” (pratica di marketing ingannevole in cui un'azienda si presenta come più sostenibile di quanto non sia realmente, utilizzando comunicazione fuorviante o esagerando i propri sforzi ambientali per migliorare la propria immagine).
Affermare che il refit di uno yacht sia di per sé un’attività sostenibile è invece una verità incontrovertibile. Il semplice fatto che, in seguito a un refit, la vita utile di uno yacht si allunga di un numero di anni considerevole, riduce l’impronta carbonica prodotta durante la costruzione dello yacht e di conseguenza aumenta la sostenibilità ambientale dello yacht stesso e del suo utilizzo.
Ciò è particolarmente vero nel caso di lavori di conversione o ricostruzione. Senza tali lavori probabilmente lo scafo originale sarebbe destinato a essere demolito, con un ulteriore impatto negativo sull’ambiente a causa dei materiali da smaltire. La conversione in yacht di una nave da lavoro, tipicamente un rimorchiatore o un supply vessel, consente di utilizzare ancora per decenni un’unità altrimenti destinata a una fine ingloriosa.
Un bell’esempio di conversione è il M/Y Prometej costruito nel 1956 come rimorchiatore rompighiaccio e convertito in yacht in seguito a un refit completato nel 2005 dai Cantieri Navali di Pesaro per la designer Alberta Ferretti. Prometej è tutt’ora in piena attività con i suoi nuovi armatori impegnati in una navigazione di 18 mesi intorno al mondo.
Lo stesso si può affermare per la ricostruzione di uno yacht arrivato a fine vita che viene però recuperato, spesso con l’intento di salvaguardare un capitale storico fatto di design e tecniche costruttive forse obsoleti ma dal fascino indiscutibile. Si guardi per esempio il M/Y Marala, costruito da Camper & Nicholsons nel 1931, convertito in nave trasporto truppe durante la Seconda Guerra Mondiale e poi nuovamente riconvertito in yacht attraverso un refit realizzato dal cantiere inglese Pendennis negli anni 2019/2022.
Uno yacht ben mantenuto può navigare per parecchi decenni. Stando a quanto riportato da Boat Pro (Boat International) ci sono tuttora in attività ben 31 yacht costruiti nella seconda metà del 1800, il più vecchio dei quali risale al 1885, e altri 212 varati tra il 1900 e il 1930.
Ultimamente mi è capitato di gestire progetti di refit su yacht costruiti negli anni ’70 e ‘80 e devo dire che in queste occasioni è stata evidente la sensazione di “mettere le mani” su un pezzo di storia dello yachting. Contribuire, attraverso un refit, al prolungamento della vita utile di uno yacht che ha già navigato per 45/50 anni attraverso i mari del mondo, dà una soddisfazione in più rispetto al refit realizzato su imbarcazioni di recente costruzione.
A parte questi aspetti legati al prolungamento della vita utile di uno yacht, un refit può essere l’occasione per impiegare soluzioni più rispettose dell’ambiente. Utilizzo di sistemi avanzati per ridurre le emissioni dei motori principali e dei generatori, sostituzione dei generatori con nuovi modelli con minori emissioni, impiego di materiali eco-sostenibili nella realizzazione degli interni o per il rivestimento della coperta, sostituzione dei vetri con nuovi vetri a ridotta conducibilità termica, miglioramento della coibentazione interna, impiego di sistemi avanzati di gestione della elettricità a bordo (Power Management System), magari con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’IA può trovare impiego anche per aiutare l’equipaggio a ridurre i consumi durante una traversata o a migliorare la resa delle batterie nel caso di yacht con propulsione diesel-elettrica seriale o a ridurre i consumi legati all’uso dell’aria condizionata. Queste sono tutte soluzioni impiegate sugli yacht di ultima generazione ma assenti su imbarcazioni costruite anche solo 10/15 anni fa.
Naturalmente per poterle adottare durante un refit è necessario che l’Armatore sia sensibile al tema della sostenibilità ambientale e desideri ridurre l’impatto del suo yacht. Potrebbe anche non essere un convinto ambientalista ma, in maniera più opportunistica, ottimizzare i consumi e, grazie all’adozione di sistemi più avanzati, mantenere elevato il valore del suo yacht in caso di rivendita.
Ma la sostenibilità di un refit è legata anche alla scelta del cantiere dove eseguire i lavori. Non tutti i cantieri sono uguali da questo punto di vista. Ecco alcune considerazioni da fare in merito a questo aspetto:
· quante miglia devo percorrere per raggiungere il cantiere di refit e successivamente il porto da cui iniziare la prossima crociera?
· il cantiere ha una certificazione ISO 14001 (offre alle organizzazioni la possibilità di dimostrare l’adozione di un efficace sistema di gestione ambientale quale supporto per il miglioramento delle performance ambientali e il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità)?
· l’energia elettrica utilizzata proviene da fonti rinnovabili certificate? (Certificati GO)
· il cantiere dispone di procedure per il corretto smaltimento dei rifiuti speciali?
· la banchina del cantiere dispone di sistemi di raccolta delle acque nere/grigie?
· il cantiere dispone di capannoni coibentati per le attività di pitturazione?
· quale fonte di energia viene utilizzata per il riscaldamento dei capannoni/cocoon?
· quali sistemi vengono utilizzati per ridurre le emissioni in atmosfera derivanti da attività di carteggiatura e pitturazione?
· il cantiere ha realizzato di recente un’analisi della propria impronta carbonica?
· il cantiere ha realizzato di recente un rapporto ESG (Environment, Social, Governance)?

Capita spesso che gli yacht stiano più tempo in cantiere che non in mare. Sovente arrivano a ottobre per ripartire a maggio. Sono 8 mesi durante i quali comunque consumano energia elettrica e producono rifiuti ed emissioni. La scelta di un cantiere sensibile alle problematiche ambientali può incidere notevolmente sulla riduzione dell’impatto dello yacht durante i mesi di sosta.
Sarebbe auspicabile l’introduzione di un sistema di certificazione di sostenibilità ambientale per i cantieri di costruzione e refit di yacht. Qualcosa di simile alla certificazione Rina Green Plus ma rivolta ai cantieri invece che agli yacht. La certificazione ISO 14001 dà già una indicazione ma sarebbe utile avere qualcosa di più specifico che tenga conto delle peculiarità di questo settore.
C’è ancora tanta strada da fare, mancano dati certi e il rischio di operazioni di facciata è dietro l’angolo. Sarebbe necessario uno sforzo da parte di tutti i soggetti coinvolti, armatori, yacht manager, comandanti, cantieri, enti di classifica, per cercare di prestare sempre maggiore attenzione alle problematiche ambientali durante i lavori di refit e cogliere l’occasione del refit per adottare nuove soluzioni rivolte alla riduzione dell’impatto ambientale dello yacht. Si può fare.
Alfonso Postorino
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