Marzio Perrelli - ph. G.Luzzatto/Pressmare©
America’s Cup Parnership, la visione del CEO Marzio Perrelli
Marzio Perrelli, sempre affabile e sorridente, guarda all’America’s Cup con l’esperienza maturata nella finanza internazionale prima e successivamente nel mondo dei diritti televisivi sportivi. Alla guida dell’America’s Cup Partnership, ACP, ha il compito non banale di dare maggiore continuità alla competizione e svilupparne il valore commerciale, conservando al tempo stesso una storia che resta il principale elemento distintivo della "Vecchia Brocca". Un progetto ambizioso, che deve misurarsi con la particolare struttura della Coppa e con le polemiche sulla natura e sui poteri della partnership, soprattutto per il rapporto fra Defender e Challenger of Record.
Il percorso del manager passa da Goldman Sachs, fra Londra, New York e Roma, a quattordici anni in HSBC, prima dell’esperienza di quasi otto anni in Sky Sport. Qui Perrelli ha lavorato sull’ampliamento dell’offerta oltre il calcio, dando maggiore visibilità a discipline che avevano meno spazio televisivo, vela compresa. La passione sportiva precede però la carriera finanziaria: da giovane, mentre iniziava a lavorare nella finanza londinese, collaborava con il Corriere dello Sport, frequentando le tribune stampa di Wembley, Wimbledon e Twickenham.
Dell’America’s Cup, prima di entrarvi, lo colpivano soprattutto due aspetti: l’altissimo livello tecnologico e la discontinuità, un’incertezza su tempi e luoghi dell’edizione successiva che rende più difficile costruire un rapporto stabile con pubblico, media e investitori. Perrelli individua tre fonti principali di ricavo: gli accordi con le sedi ospitanti, i diritti televisivi e gli sponsor. La crescita deve riguardarle tutte, insieme alle opportunità di relazione e di affari fra le aziende coinvolte. Nella sua lettura, lo sport è ormai una categoria d’investimento autonoma che necessita di capitali adeguati alle dimensioni raggiunte e alla capacità di generare interesse a qualsiasi latitudine. Il possibile punto di attrito, dal punto di vista di Perrelli, riguarda soprattutto i tempi: la strategia d’uscita di un investitore può non coincidere con il ciclo sportivo, i cui risultati restano difficilmente prevedibili. Applicare questa visione alla Coppa richiede un equilibrio fra continuità ed esclusività. Perrelli ritiene necessario evitare lunghi periodi senza competizioni, ma considera improponibile un calendario in stile F1 con barche di tale complessità. Un gruppo di lavoro sta studiando gli appuntamenti fra un’edizione e l’altra, con l’obiettivo di mantenere l’attenzione senza perdere il carattere particolare dell’evento.
L’America’s Cup Partnership nasce anche per intervenire sulla discontinuità dell’evento, offrendo ai team un quadro nel quale programmare e sviluppare le proprie attività. Resta da capire quanto questa continuità possa essere programmata in un sistema nel quale la definizione delle regole e dell’organizzazione passa attraverso il Defender e il Challenger of Record. Proprio la sua struttura è oggetto di discussione: il New York Yacht Club ha presentato alla Corte Suprema dello Stato di New York una richiesta di chiarimento, una petition for instructions, per verificare se l’assetto dell’ACP e il ruolo del Challenger of Record siano coerenti con il Deed of Gift, il documento che regola la competizione. La richiesta riguarda quindi un punto sostanziale della governance della Coppa.
La precisazione di oggi sulla partnership
Nell’incontro con la stampa di oggi a Napoli, il tema della governance è tornato al centro attraverso una domanda mirata di Magnus Wheatley, giornalista che scrive contenuti per gli organizzatori dell’America’s Cup: "È corretto dire che l’ACP verrà riformata a ogni edizione?" Perrelli ha confermato questa impostazione, richiamando il coinvolgimento del Defender e del Challenger of Record e le condizioni della manifestazione successiva, dalla sede al contesto organizzativo. È una precisazione importante rispetto all’obiettivo di stabilità presentato nei primi incontri. La partnership offre una struttura di collaborazione, ma il suo assetto deve essere rivisto a ogni ciclo, nel rapporto con i soggetti responsabili della nuova edizione. Resta centrale la compatibilità di questo modello con il Deed of Gift. Già nel precedente confronto con i giornalisti a Cagliari, Perrelli aveva spiegato che il raccordo fra accordi della partnership, Deed of Gift e Protocollo richiedeva ancora un lavoro di definizione.
Anche la cadenza biennale, uno dei punti qualificanti del progetto, è stata oggi descritta come un’intenzione, non come una disposizione immutabile. Dal punto di vista organizzativo e commerciale, conoscere in anticipo la periodicità renderebbe tutto più semplice, ma occorre l’accordo fra Defender e Challenger of Record. Sul piano tecnico, l’orientamento attuale è dare continuità alle barche esistenti, con il contributo di un comitato che coinvolge i tecnici dei team. Le scelte future dipenderanno comunque dagli accordi per il ciclo successivo, anche perché due anni tra un match di Coppa e l’altro difficilmente consentirebbero lo sviluppo di barche completamente nuove. Relativamente alla richiesta del New York Yacht Club presentata alla Corte di New York, il moderatore ha risposto alla nostra domanda specifica spiegando che attualmente non è possibile affrontare il tema legale e che non ci sarebbero stati commenti in merito. Il no comment è dunque arrivato dal moderatore, senza un intervento diretto di Perrelli sul punto. Relativamente ai rapporti con il NYYC, Perrelli ha ricordato la calorosa accoglienza riservata dal NYYC alla delegazione dell’America’s Cup, invitata al club per pranzo in occasione della visita a New York – a bordo dell’Amerigo Vespucci – per il 250° anniversario della firma della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti.
Napoli, fra il lungomare e Bagnoli
Il riscontro più immediato al lavoro di questi mesi, per Perrelli, è arrivato dalla partecipazione della città e dall’accoglienza riservata all’evento. Napoli deve poter utilizzare l’America’s Cup per rafforzare la propria visibilità internazionale, mentre la competizione può beneficiare di una cornice e di un coinvolgimento del pubblico difficili da replicare. Alla domanda sulla possibilità di restare a Napoli anche nel 2029, il manager non ha preso impegni, né avrebbe potuto fare altrimenti. La scelta della sede passerà dal confronto previsto per la prossima edizione e dovrà basarsi anche su una valutazione complessiva dell’esperienza napoletana, comprese le condizioni del vento incontrate. I grandi lavori in corso a Napoli costituiscono un elemento favorevole, ma non equivalgono a una conferma. Bagnoli è una parte centrale di questo ragionamento: Perrelli ha spiegato che il programma di realizzazione delle basi sta rispettando le tempistiche e ha sottolineato la disponibilità di spazi che, nella sua valutazione, consentirebbero di accogliere anche altri team in futuro.
La separazione fra le basi e il campo di regata sul lungomare viene letta anche come un’opportunità per il pubblico. Bagnoli potrebbe offrire un’esperienza simile a quella di un paddock della Formula 1, permettendo di avvicinarsi ai team e agli aspetti tecnici; il lungomare sarebbe invece il luogo dal quale seguire le regate. Il collegamento fra i due poli diventerà quindi parte dell’organizzazione dell’evento. La riqualificazione dell’area delle basi, attesa da decenni, rappresenta per Perrelli un beneficio reciproco: “Bagnoli aggiunge valore a noi, noi aggiungiamo valore a Bagnoli”. Alla domanda sulla sua principale preoccupazione, tuttavia, il manager è tornato alla condizione indispensabile per la riuscita sportiva della Coppa: il vento. I riscontri ricevuti dai team sugli allenamenti sono positivi, ma infrastrutture, investimenti e spettacolo dovranno fare i conti, come sempre nella vela, con le condizioni del mare e dell’aria.
Giuliano Luzzatto
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