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La Maddalena, l'assalto alle cale e il rebus delle regole
Le immagini circolate sui social nei giorni di Ferragosto sono difficili da ignorare. Davanti a Cala Coticcio, uno dei luoghi simbolo dell’Arcipelago di La Maddalena e fra quelli sottoposti alle maggiori tutele, il mare appare occupato da una quantità impressionante di barche. Non è necessario stabilire quante fossero esattamente per comprendere ciò che quelle immagini raccontano: nei giorni di massima pressione turistica alcune delle cale più preziose dell’Arcipelago rischiano di raggiungere livelli di affollamento difficilmente compatibili con la loro fragilità ambientale.
Il problema non è nuovo e l’Ente Parco lo conosce bene. Già nell’estate 2025 la presidente Rosanna Giudice parlava di un “carico antropico incontrollato”, indicando un flusso quotidiano che nei mesi di luglio e agosto poteva raggiungere le 2.000-3.000 imbarcazioni e individuando Cala Coticcio, Cala Corsara, Porto Palma e Porto Madonna fra le aree sottoposte alla maggiore pressione. Stabilito che un problema esiste, comincia però la parte difficile: come si protegge un patrimonio naturalistico che appartiene a tutti senza trasformarlo in un luogo accessibile soltanto a pochi? Come si riduce la pressione antropica senza compromettere un’economia locale che vive in larga misura proprio della possibilità di accompagnare le persone alla scoperta dell’Arcipelago? E, soprattutto, come si costruiscono regole sufficientemente trasparenti da evitare che la tutela ambientale finisca, anche soltanto nella percezione degli esclusi, per privilegiare alcune categorie di operatori rispetto ad altre?
È su questo terreno che i disciplinari adottati dal Parco nel 2026 sollevano qualche interrogativo.
Regolare gli operatori non significa regolare tutti gli accessi
Il 7 luglio il Consiglio direttivo dell’Ente Parco ha approvato due distinti disciplinari, entrambi definiti dallo stesso Ente come provvedimenti di carattere transitorio, in attesa del futuro Piano del Parco. La deliberazione n. 18 riguarda il noleggio, quindi l’attività nella quale l’unità viene messa a disposizione insieme a chi la conduce; la n. 19 disciplina invece la locazione, nella quale è il cliente ad assumere la disponibilità e la conduzione della barca.
È importante chiarire subito un punto: questi disciplinari riguardano le attività economiche degli operatori, non il normale accesso del diportista all’area marina protetta. Un privato non residente può entrare nel Parco con la propria unità acquistando il relativo permesso, che consente di navigare, ormeggiare, ancorare e sostare nei limiti e secondo le regole stabilite. Il pagamento viene effettuato all’Ente Parco, anche attraverso PagoPA, e l’importo varia in funzione della lunghezza dell’unità. Per le barche a vela è prevista una riduzione del 40%. La stessa piattaforma per il rilascio dei permessi contempla espressamente sia il proprietario sia il comandante e prevede l’indicazione dell’eventuale società locatrice. In altre parole, il sistema di contingentamento previsto dai disciplinari non coincide con un contingentamento di tutte le unità che possono entrare nell’Arcipelago: un diportista proveniente dall’esterno può accedervi pagando il ticket e rispettando le disposizioni vigenti, anche quando conduce un’unità presa in locazione fuori dall’area del Parco. Una distinzione tutt’altro che secondaria quando il problema da affrontare è quello mostrato dalle immagini di Cala Coticcio: il carico complessivo di barche e persone presenti contemporaneamente nelle zone più delicate.
Vela, 50 punti con skipper e 20 senza
La distinzione tra noleggio e locazione è giuridicamente e commercialmente importante. Molto meno evidente è perché debba modificare il valore ambientale attribuito alla propulsione della stessa barca. Nei criteri utilizzati per il noleggio la vela rappresenta infatti la caratteristica maggiormente premiata: un’unità a vela con motore ausiliario riceve 50 punti, contro i 40 riconosciuti sia alle unità full electric sia a determinate unità a motore rispondenti ai requisiti richiamati dal bando in materia di emissioni. Ma quando si passa alla locazione la scala cambia: alla vela vengono attribuiti 20 punti, mentre determinate unità a motore ne ottengono 40. Resta da comprendere perché la medesima caratteristica tecnica possa rappresentare un valore ambientale da 50 punti quando l’unità viene utilizzata per il noleggio con conducente e da 20 quando viene affidata in locazione. La differenza diventa ancora più evidente considerando che il Parco riconosce alle unità a vela una riduzione del 40% sul normale ticket di accesso. Nei diversi strumenti adottati dallo stesso Ente, dunque, la vela viene premiata attraverso la tariffa d’ingresso, riceve il punteggio ambientale più elevato nel noleggio e un valore molto inferiore nella locazione. Nella documentazione, pubblicamente disponibile, esaminata da Pressmare non abbiamo trovato una relazione tecnica che permetta di ricostruire le ragioni di questa diversa ponderazione.
La trasparenza dichiarata e quella verificabile
La questione assume un peso particolare perché è lo stesso Ente Parco a indicare tra gli obiettivi dei nuovi disciplinari la “Trasparenza”, specificando di voler “garantire processi chiari, uniformi e paritari per tutti gli operatori del settore”. Un principio sul quale, tuttavia, la documentazione oggi accessibile non consente una verifica completa. Al momento della stesura di questo articolo, nella sezione istituzionale dedicata alle autorizzazioni Pressmare trova pubblicati gli elenchi 2026 delle scuole di vela, dei centri di immersione, del trasporto passeggeri e di altre attività. Alla voce noleggio e locazione compare invece ancora “Ditte autorizzate anno 2025”. Manca quindi, almeno nella sezione pubblicamente consultabile individuata da Pressmare, l’elenco 2026 che permetterebbe di conoscere gli operatori e le unità effettivamente autorizzati e di valutare concretamente gli effetti prodotti da contingenti, riserve e punteggi. Questo non significa che le motivazioni tecniche dei criteri adottati o i dati aggiornati non esistano ma che, allo stato della documentazione resa accessibile sul sito istituzionale, non sia possibile ricostruirli compiutamente. Il tema non nasce peraltro quest’anno. Già nel 2022 Confindustria Nautica aveva contestato il sistema allora adottato dall’Ente Parco, che fissava un massimo di 360 autorizzazioni per noleggio e locazione riservandone il 75%, pari a 270, agli operatori di La Maddalena e lasciandone 90 ai non residenti. Da allora le regole sono cambiate e i due regimi sono stati distinti, ma il rapporto fra tutela ambientale, contingentamento delle attività economiche e parità di accesso al mercato resta un elemento particolarmente delicato.
Tutelare l’ambiente o selezionare gli accessi commerciali?
La Maddalena deve fare i conti con un numero crescente di persone che vogliono visitare luoghi straordinari e con una superficie di mare che, per quanto vasta, comprende habitat estremamente delicati. Impedire a tutti di arrivarci sarebbe difficilmente sostenibile; consentire a tutti di farlo contemporaneamente produce le scene viste in questi giorni. In mezzo ci sono le imprese: noleggiatori, società di locazione, trasporto passeggeri, diving, guide e numerose altre attività hanno costruito intorno all’Arcipelago un’economia che dà lavoro e che non può essere considerata un elemento estraneo al territorio da eliminare in nome della conservazione. Chi opera professionalmente nel Parco, del resto, ha tutto l’interesse a preservare la risorsa dalla quale dipende il proprio futuro. Il problema nasce quando il numero deve essere limitato. A quel punto non basta decidere quante barche possano operare: occorre stabilire quali, attraverso criteri oggettivi, comprensibili e possibilmente fondati su parametri ambientali misurabili. Una disciplina costruita attraverso contingenti, autorizzazioni e graduatorie può essere indispensabile, ma deve anche evitare di creare rendite di posizione o barriere all’ingresso difficili da giustificare. Tanto più in un settore nel quale operatori residenti e non residenti, imprese storiche e nuovi entranti, noleggio e locazione competono per accedere alla stessa risorsa.
Sul diverso peso attribuito alla vela è intervenuta in questi giorni anche l’Associazione Operatori Nautici NordEst Sardegna, presieduta da Claudio Denzi, chiedendo di conoscere gli indicatori ambientali utilizzati per determinare i punteggi. L’Associazione sostiene inoltre che circa il 40% delle unità delle flotte dei propri associati sarebbe a vela, contro una quota inferiore al 5% tra gli operatori di La Maddalena. Sono percentuali fornite dall’Associazione che Pressmare non ha potuto verificare autonomamente, proprio perché l’elenco 2026 delle unità autorizzate non risulta disponibile nella sezione del sito del Parco sopra indicata. La questione dei punteggi rimane comunque soltanto una parte del problema.
Le regole esistono. Il problema è anche farle rispettare
Dal primo giugno è in vigore l’Ordinanza 33/2026 della Capitaneria di Porto di La Maddalena, introdotta sperimentalmente per le stagioni estive 2026 e 2027. Sono previsti limiti di velocità di 7 nodi entro 500 metri dalla costa e di 10 nodi tra 500 e 1.000 metri, il divieto di ancoraggio sulle praterie di Posidonia oceanica e sugli altri habitat sensibili, aree nelle quali deve essere garantito il transito dei mezzi di soccorso e disposizioni specifiche per alcune delle località maggiormente frequentate. L’ancoraggio è consentito sui fondali sabbiosi o fangosi dove non vigano ulteriori divieti. L’ordinanza istituisce inoltre un tavolo tecnico permanente fra Capitaneria di Porto, Comune ed Ente Parco chiamato a monitorare l’efficacia delle misure e ad analizzare i dati relativi al traffico marittimo. Per Cala Coticcio il contrasto fra terra e mare è particolarmente evidente. Dal 12 maggio il Parco ha attivato un servizio di controllo degli accessi ai sentieri di Cala Coticcio e Cala Brigantina per 24 settimane e dodici ore al giorno. La presidente Giudice ha definito la regolamentazione degli accessi: “Uno strumento indispensabile per proteggere la biodiversità”. Dal mare, nelle giornate di maggiore affluenza, lo stesso luogo può presentarsi invece come quello mostrato dai video diventati virali. Il punto non è affermare che le barche riprese stessero violando una norma: le immagini, da sole, non consentono di stabilirlo. La domanda riguarda piuttosto la compatibilità di simili concentrazioni con gli obiettivi di tutela che hanno portato a regolamentare in modo tanto rigoroso l’accesso da terra. E qui entra in gioco la vigilanza: Capitaneria di Porto, Ente Parco, Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Regione Sardegna e gli altri soggetti competenti intervengono secondo responsabilità differenti. Regole ambientali anche molto rigorose rischiano però di perdere efficacia se non sono accompagnate da risorse adeguate per verificarne il rispetto.
Il nodo non è vela contro motore
Ridurre la discussione a una contrapposizione fra barche a vela e barche a motore rischia infine di far perdere di vista il problema. Una barca a vela può danneggiare una prateria di Posidonia con l’ancora esattamente come un motoryacht, può scaricare acque reflue, produrre rifiuti e contribuire all’affollamento di una cala. Allo stesso modo, una moderna unità a motore può avere emissioni sensibilmente inferiori rispetto a una costruita vent’anni fa. Stabilire criteri ambientali che tengano conto della tecnologia ha quindi perfettamente senso. Ciò che richiede una spiegazione è perché il valore attribuito alla stessa tecnologia cambi in funzione della formula commerciale con cui viene utilizzata l’unità. Soprattutto, il problema mostrato dalle immagini di Cala Coticcio non sembra essere quale delle barche presenti avesse ottenuto 20, 40 o 50 punti. Quei punteggi riguardano gli operatori professionali sottoposti ai disciplinari, non il diportista privato che può entrare nell’area protetta acquistando il relativo permesso. Il tema è il numero complessivo delle unità e delle persone contemporaneamente presenti nelle aree più fragili dell’Arcipelago. Per la Posidonia un’ancora resta un’ancora, indipendentemente dal fatto che sia calata da una barca privata, locata o noleggiata. La pressione su una cala dipende dal numero delle persone che la frequentano e dai loro comportamenti, non dal contratto attraverso il quale hanno raggiunto quel tratto di costa.
La Maddalena si trova così davanti allo stesso dilemma che riguarda molte delle aree naturali più belle e frequentate del Mediterraneo: preservare senza chiudere, consentire la fruizione di un patrimonio comune senza permettere che proprio il successo della destinazione finisca per comprometterlo. Limitare può diventare inevitabile. Se lo si fa, però, occorre comprendere quale pressione si intenda realmente limitare, attraverso criteri trasparenti, tecnicamente motivati e verificabili. Perché un sistema capace di contingentare una categoria di operatori rischierebbe di modificare soprattutto la composizione di chi frequenta il Parco, senza risolvere il problema ambientale che ne ha determinato l’introduzione. È sul rapporto fra tutela, diritto di accesso, attività economiche e pressione antropica complessiva, più ancora che sulla differenza fra 20 e 50 punti, che andrà misurata l’efficacia delle regole adottate dall’Ente e, in prospettiva, del futuro Piano del Parco dell’Arcipelago di La Maddalena.
Giuliano Luzzatto
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