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Una riflessione sull'abolizione della tassa sugli yacht

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Cboat27SC
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In questi tre giorni che hanno seguito la pubblicazione della notizia della cancellazione di quella tassa che è costata più di quanto abbia prodotto, e non solo in termini economici, ma anche occupazionali, abbiamo provato a fare il punto sull’impatto che questo ha avuto sul pubblico.

Come al solito ci sono quelli “contro”, ma non perché contrari a quest’iniziativa governativa frutto di dialoghi e riflessioni con organi di categoria e analisti finanziari che hanno dovuto riconoscere il beneficio che deriverà dalla sua cancellazione, o meglio, forse, il maleficio derivato dalla sua entrata in vigore, ma perché loro sono contro a prescindere. A questi signori credo non sia necessario neanche provare a stimolare una riflessione.

Poi ci sono quelli convinti che se un Euro di tasse in meno è chiesto a chi può comprare uno yacht, si tratta di una scelta sbagliata a prescindere, non importa se aver introdotto quella tassa ha lasciato a casa tanti operai e impiegati che una volta lavoravano per la florida industria nautica italiana. Per questi signori è sempre meglio dare addosso ai “ricchi” anche se questo significa dover rinunciare al lavoro e passare per una crisi che alimenta se stessa. Lo Stato italiano non ha incassato che pochi spiccioli da questa iniziativa fiscale introdotta nel 2011, però, ha prodotto risultati milionari in altre direzioni, vediamo quali. Molte delle poche unità da diporto che dal 2011 sono state acquistate da armatori italiani sono state registrate altrove, non solo, in Italia non hanno più messo piede…elica. Bene, i numeri in questo senso non sono molto alti perchè la maggior parte ha preferito astenersi dal continuare ad avere una barca, però sono scritti in rosso per l’erario e questo è un fatto.

Altro risultato davvero a tanti zeri è stato quello di aver spinto fuori dall’Italia tanti armatori che da decenni pur mugugnando da qui non si erano mai mossi. Risultato nel risultato, un ammanco di cassa molto importante in termini di fatturati e gettito, la perdita di tanti posti di lavoro dell’indotto turistico nautico e cantieristico, con inevitabile ricorso agli ammortizzatori sociali per molti dei lavoratori coinvolti negli anni, dunque, altri costi per lo Stato.

Noi riteniamo questi dati sufficienti per applaudire tutti i coinvolti nel raggiungimento di questo risultato. Dalla politica, che da qualche tempo mostra attenzione per i problemi del settore nautico, - ma potrebbe anche essere, visto il passato, che abbiano dotato i parlamentari italiani di calcolatrici in grado di evidenziare le cifre in rosso da quelle in nero - poi l’UCINA, che si è spesa alla ricerca di questo risultato e di altri come l’adeguamento dell’IVA al 10 % per i marina adeguandoli alla normativa sul turismo. Ma non a tutti basta però, perché nonostante l’evidenza qualcuno sostiene che sia il regalo di una parte politica a UCINA, il regalo di Natale. Questa ipotesi ci fa venire in mente un esempio, quello del bambino che vuole tre caramelle e quando la mamma gli dice dopo aver insistito per dargliene solo due che scherzava e alla fine gliene darà quattro, lui si arrabbia e dice che è meglio niente caramelle. L’attuale governo sta facendo i conti, nel vero senso della parola, e se si riesce a dimostrare che una norma anziché produrre incasso per lo Stato produce costi e disoccupazione credo non ci sia molto da aggiungere.

Per chi ama la dietrologia e la fantapolitica e vede sempre trame oscure in ogni cosa, naturalmente anche questa potrebbe diventare una ghiotta occasione. A noi piacerebbe che diventasse il pretesto per acquistare una barca, anche piccola, perché dietro a ogni barca la filiera è molto lunga e se solo chi ritiene la “roba da ricchi” puzzolente a prescindere capisse questo concetto, gli stessi lavoratori che spesso dai salotti buoni hanno la presunzione di difendere e rappresentare, sarebbero i primi a beneficiarne.

Tra i dati che abbiamo raccolto in questi giorni uno che su tutti la dice lunga è il mancato incasso per lo Stato derivato dall’introduzione della tassa inserita dal governo Monti, ha avuto proporzioni assimilabili al 25% del totale dell’introito derivato dall’ICI. A noi sembra mostruoso.

Facciamo un’altra analisi. Fino all’avvento della crisi, per la prima industria nautica mondiale, ossia quella che vende più di ogni altro, ossia quella del made in Italy, il mercato di riferimento, udite udite, era l’Italia. Con l’avvento della crisi una contrazione era fisiologica, ma anziché aiutarla e stimolarla con l’approccio di chi, capace di guardare al passato e non al futuro, esclamò “anche i ricchi piangono”, forse sarebbe stato il caso di far prevalere la ragione su certa dottrina. Noi del settore ricevemmo la notizia con sorpresa, non tanto perché era stata introdotta, quanto perché era stata pensata, per giunta, con l’obiettivo di fare cassa.

Il risultato di quella che è stata definita da alcuni la “caccia alle streghe” cui sono stati sottoposti diportisti italiani e non sulle nostre coste, è stato deleterio. Anche chi, senza mai evadere un euro nella sua storia personale, aveva acquistato una barca per dare seguito a una passione - sana in un paese che è quasi un’isola - ha lasciato i porti e marina italiani per ormeggiare la sua passione in luoghi dove nessuno, con demagogia, lo additasse come uno che alla meglio ha evaso il fisco, ma se ha una barca forse ha fatto anche di peggio, molto peggio.

Questa ci fa venire in mente quelle persone sulle strisce che se pure ti fermi con la moto per farle passare ti guardano, e talvolta non solo con gli occhi esclamano “delinquente”…solo perché stai su due anziché quattro ruote. Con le barche è lo stesso, una pletora di “queste persone sulle strisce” ha additato chi va per mare come un delinquente a prescindere.

Oggi queste persone farebbero bene a fare ammenda, perché il settore della nautica da diporto conta migliaia di disoccupati e gente che si è reinventata grazie alla crisi passando per momenti duri, anche molto duri. Ora dobbiamo auspicare che i diportisti non abbiano trovato il loro porto ideale altrove, quindi forse, speriamo, torneranno a casa, più sereni, consapevoli che dagli errori del passato si può sperare che alcuni imparino. Certo l’incognita di certi pensatori è sempre lì – ce li aspettiamo sempre dietro una curva, con l’ombrello in mano e la faccia già pronta a esclamare “delinquente” - ma crediamo che nel caso della nautica da diporto la lezione l’abbiano capita, poi i tempi cambiano, anche i più resistenti al progresso sociale ed economico in nome della dottrina alla fine si estinguono.

La cosa che alla luce dei recenti aggiornamenti normativi e fiscali emerge, è che c’è ancora la voglia di continuare a essere un paese in cui il diporto nautico è un’attività industriale fondamentale,  attività collegata ad altre come il turismo e la lunga filiera di operatori che grazie a un solo yacht ormeggiato lavorano. Se i nostri "delinquenti" smettono di comprare yacht, di usarli sulle nostre coste, di manutenerli nei nostri cantieri, di acquistare beni e servizi per questi presso le nostre aziende, il danno non lo avete fatto a loro, ma a decine di migliaia di lavoratori che improvvisamente non hanno più ragione di esistere. Allora, voi che ancora avete da ridire quando una norma è concepita per ragioni un tantino più complesse di quanto la vostra mente sia disposta a comprendere senza fare dietrologia, ce la fate a capire che un posto di lavoro nel settore nautico è da considerare una risorsa preziosa per questo paese di mare o no? Ce la fate a capire che vostro nipote, sì, proprio quello che tanto insisteva per farsi il motorino e voi gli dicevate…”delinquente!”, proprio lui, ora che ha magari 30 anni ed è disoccupato ha un’opportunità in più di immettersi nel mondo del lavoro. Voi che il cuore lo avete di sicuro, rosso, pulsante per gli ideali di uguaglianza sociale, sforzatevi di capire che nell’era moderna nessuno, neanche i diportisti, vuole più essere scippato, ma vuole la libertà di spendere il proprio denaro come meglio crede, dove e quando vuole. Allora, diamogli qualche buon motivo per spenderlo nei nostri porti, nei nostri alberghi, ristoranti, officine, cantieri, supermercati, autonoleggi, agenzie viaggi, agenzie di servizi specifici…la lista è lunga, e con lei il numero dei lavoratori coinvolti cresce, cresce fino a rappresentare una massa critica per la politica e naturalmente, quando potrà scegliere, non manderà al governo chi vede delinquenti dappertutto, perché speriamo lo capiate anche voi, la festa è finita, ora, si deve tutti lavorare.