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Intervista all’Ammiraglio Giovanni Pettorino di Giampiero Cazzato

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Intervista all’Ammiraglio Giovanni Pettorino di Giampiero Cazzato
Intervista all’Ammiraglio Giovanni Pettorino di Giampiero Cazzato

“Innamorato del mio lavoro” Una passione durata 40 anni
“L’ammiraglio Giovanni Pettorino se la rammenta bene la notte tra il 6 e il 7 ottobre del 2019. Era ricoverato per un intervento al ginocchio ma non pensava all’operazione cui avrebbe dovuto sottoporsi poche ore dopo e nemmeno al dolore. Un barcone carico di migranti si era rovesciato a poche miglia dalle coste di Lampedusa e subito la Guardia Costiera era intervenuta per soccorrere i naufraghi e recuperare le vittime. «Erano tutte donne, tutte giovani, alcune incinte. Una tragedia terribile». Quella nottata Pettorino l’ha passata al telefono con gli uomini del Corpo impegnati a perlustrare il mare nella speranza di salvare delle vite umane. Quando gli infermieri sono entrati nella stanza per portarlo in sala operatoria era ancora a chiedere e a dare disposizioni per l’invio sul posto di uomini e mezzi. Ci ricorda questo episodio quando gli chiediamo di raccontarci alcuni dei momenti che hanno contrassegnato i suoi tre anni alla guida del Corpo delle Capitanerie di porto.”

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Ammiraglio se dovesse dare un consiglio agli uomini e alle donne della Guardia Costiera, partendo dalla sua esperienza personale, che cosa direbbe loro? 
Di non abbattersi mai. Pensi che le ginocchia me le sono rotte due volte. Per chi come me nella sua vita ha fatto più di 70mila chilometri di marcia e corsa, le ginocchia sono un punto delicatissimo. Usurate dal troppo movimento. Pochi giorni dopo le operazioni ero già a fare ginnastica. Pochi mesi fa ho avuto il Covid. Per fortuna è stato in forma lieve e mi ha permesso di continuare, seppure a distanza, il mio lavoro senza fermarmi nemmeno un giorno. È con questo spirito che ho sempre affrontato le cose e spero di aver trasferito questo sentimento di ottimismo e di voglia di fare al Corpo, a quei ragazzi e ragazze di cui non posso che essere fiero e orgoglioso. A loro voglio dire di reagire alle avversità, di non abbattersi mai. Come dopo la notte torna il giorno, dopo la tempesta il bel tempo, così dopo le vicissitudini torna il tempo di tornare a vivere come prima. 

Che cosa vuol dire lasciare il Corpo dopo circa 40 anni di servizio? Questa divisa è stata la sua seconda pelle per tanto tempo. Che sensazioni, anche da un punto di vista personale, prova oggi? 
Se contiamo anche i 4 anni e mezzo nel gruppo sportivo della Guardia di Finanza, sono 44 anni e mezzo che sono al servizio del Paese. Avendo vinto il concorso come ufficiale di nomina diretta ho lasciato le Fiamme gialle e sono andato all’Accademia di Livorno e poi ho iniziato la mia attività nel Corpo delle Capitanerie. Se mi volto indietro mi sembra un attimo. E ancora non riesco ad abituarmi all’idea che farò presto il pensionato. Quando, giorni fa, mi hanno dato le carte da firmare per il pensionamento, mi è scappato detto «ma come, devo già andare via?». E lo sa perché? 
Ci dica 
Perché ho avuto la grande fortuna di fare, in tutti questi anni, un lavoro di cui ero innamorato. Per chi ama il mare come me, indossare questa divisa è una delle cose più belle che possano accadere. Io vengo da un’isola, Ischia, e da una famiglia legata al mare. Mio nonno, di cui ho preso il nome, era stato imbarcato per anni come capofuochista, i miei zii erano marittimi. Sono nato con la passione del mare, tanto è vero che, pur essendo mio padre stato trasferito a Roma e vivendo a Roma da diversi anni, quando ho finito le scuole medie ho voluto fare il nautico. 

È il caso di dire che il suo sogno lo ha coronato. 
Assolutamente. Lavorare sul mare e per il mare, al servizio degli interessi marittimi del nostro Paese, è stato ed è impegnativo ma mai faticoso. «Scegli un lavoro che ami e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua» recita una massima di Confucio. Statene certi che io ho lavorato. Eccome se ho lavorato! Ma quando il tuo incarico lo ami, i sacrifici diventano più lievi e il tempo passa rapidamente. Oggi che, a quasi 65 anni, mi volgo indietro, mi chiedo se ho fatto tutto quello che avrei voluto fare, se ho dato il meglio. 

E che cosa si risponde? 
Che ho agito sempre nell’interesse del mio Paese. Cercando di rendere sempre più efficiente e coeso il Corpo e di mettere a disposizione degli altri la mia esperienza. In queste settimane sto girando tutti gli Uffici marittimi. La mia aspirazione è visitarli tutti prima della scadenza del mio incarico alla guida del Corpo. Finora ne ho visitati più di 270, me ne mancano una decina e poi potrò dire che ho incontrato tutto il personale delle capitanerie.
Girare 288 uffici non è una cosa semplice... 
In realtà sono anche di più perché sto andando anche nei nuclei sub, nelle basi aeree. Cerco di fare le uscite anche di sabato e domenica per guadagnare tempo e stare il più possibile in ufficio. Quello che dico incontrando i ragazzi è che se avranno la fortuna di mettere nel proprio lavoro amore e passione non solo i risultati che raggiungeranno saranno migliori ma saranno anche uomini e donne più realizzati nella vita privata. Staranno meglio loro e staranno meglio le loro famiglie.

Quanto è cambiata la Guardia Costiera in questi anni? 
È sempre la stessa e i suoi compiti sono sempre i medesimi, quelli che la legge ci assegna. Ma è più forte, oserei dire più consapevole della sua importanza. E lo dicono i numeri. Siamo passati dall’essere 10600 a 11400 perché, durante questi tre anni, attraverso le tre leggi di bilancio che ho seguito personalmente, abbiamo incrementato il personale in servizio di 750 unità. È stato per noi un grande successo, siamo gli unici ad avere avuto un aumento di organico; incremento, ci tengo a sottolinearlo, per noi davvero necessario. Non sono cambiate le missioni, non sono cambiati i compiti, non sono cambiate le incombenze però è cambiata una certa percezione di quello che rappresenta la Guardia Costiera nel Paese. Gli eventi che ci hanno coinvolti, d’altronde, ci hanno portati a una grande esposizione mediatica e quindi anche alla necessità di interpretare al meglio gli interessi dello Stato.

A certificare la nuova percezione sul Corpo è l’ultimo rapporto Eurispes, da cui si evince che nell’anno che abbiamo alle spalle la Guardia Costiera ha saputo conquistarsi la fiducia degli italiani. Per un Corpo che vanta 156 anni di storia e che ha saputo adattarsi al meglio alle trasformazioni del Paese è una soddisfazione di non poco conto. Qual è, a suo avviso, il motivo di questa fiducia? C’entra qualcosa il fatto che ogni uomo e donna della Guardia Costiera riesce a interpretare al meglio il suo lavoro? 
La fiducia dei nostri cittadini è, per me e per tutti noi, motivo di orgoglio. Questa fiducia nasce sicuramente dal grande lavoro che hanno fatto gli uomini e le donne della Guardia Costiera, un lavoro fatto di passione, di grande impegno, di abnegazione e anche, se posso dirlo, di interpretazione del proprio lavoro come una missione. Occasionalmente riscontriamo anche cose non piacevoli ma sono assolutamente marginali all’interno di una comunità dove le persone fanno ogni giorno, con disciplina e onore, il proprio dovere al servizio della nazione. Questo nostro Paese ha tante eccellenze artistiche, un patrimonio culturale immenso, ma dobbiamo ricordare sempre che ha anche un grande patrimonio umano, fatto di tanti lavoratori che onorano il Paese. E tra questi lavoratori ci sono le donne e gli uomini della Guardia Costiera.
Nei tre anni del suo mandato si è interfacciato con 4 diversi presidenti del Consiglio e altrettanti ministri dei Trasporti. So che non ama entrare nelle vicende politiche ma quello che vorrei capire da lei è se questi cambiamenti si sono riflessi – e in che modo – sull’attività del Corpo. 
Ogni istituzione, perciò pure la nostra, deve lavorare nell’alveo degli indirizzi che fornisce il Governo, in adesione alle leggi dello Stato che disciplinano tutte le attività che fanno parte dei nostri compiti. Certo, in questi anni vi sono stati sensibilità, opinioni e punti di vista diversi ma quello che rimane, e deve rimanere, un punto fermo è l’adesione alla legge e il riferimento continuo alla nostra Costituzione. 

Nel Pnrr sono state destinate risorse importanti per la portualità. C’è finalmente consapevolezza del valore – non solo economico - del sistema mare? 
Il Pnrr rappresenterà una grande occasione per il Paese. E la ripresa non può che tenere conto della grande importanza del mare, non foss’altro perché già da adesso sul mare lavorano più di 500mila persone e dal mare, in via diretta, noi ricaviamo il 3 per cento del nostro Pil. Sono elementi importanti e lo sono in maniera altrettanto significativa per noi nella misura in cui accompagniamo tutti gli usi civili del mare. Le Capitanerie di porto offrono ai milioni di cittadini che sul mare lavorano e trascorrono il tempo libero una serie infinita di servizi. Salviamo le vite umane, garantiamo la sicurezza della navigazione e tuteliamo l’ambiente. Ci sentiamo e siamo parte fondamentale della blue economy. 
A proposito di esposizione mediatica del Corpo, le chiedo se vuole ricordare con noi il caso Diciotti, la nave della Guardia Costiera che il 16 agosto del 2018 ha soccorso 190 persone nelle acque internazionali al largo dell’isola di Malta e che, al momento dell’approdo a Catania, si vide negare il permesso a far sbarcare gli immigrati. Nel Paese e in

Parlamento vi fu una polemica aspra, che la coinvolse anche personalmente. Che cosa le lascia questa vicenda? 
In quei giorni mi hanno rivoltato come un calzino, anche rudemente. Col trascorrere dei mesi l’esatto susseguirsi degli eventi è stato chiarito e, a proposito di quella vicenda, vorrei soltanto ricordare quello che disse l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nell’aula del Senato il 12 settembre 2018 in una sua informativa sul caso Diciotti. Quello è un atto ufficiale e di atti ufficiali intendo parlare. Conte disse nell’aula di Palazzo Madama che quella notte e nelle ore precedenti i maltesi spingevano il barcone di migranti verso acque italiane, facendogli perfino cambiare rotta. Quando il natante arrivò a circa 18 miglia da Lampedusa (a 97 miglia dal porto di La Valletta), pur essendo ancora in acque di responsabilità maltesi e avendo contezza che quel Paese non interveniva, verificammo che le condizioni del tempo stavano peggiorando - c’era mare 4, con onde alte due metri. Una nostra motovedetta raggiunse il barcone, in procinto di affondare, e su indicazione del Comando Generale delle Capitanerie di porto i migrati furono presi a bordo. E infatti, quando gli uomini della Guardia Costiera salirono a bordo del barcone per ispezionarlo, si accorsero che il locale motore era già invaso dall’acqua. Il giorno dopo il salvataggio i migranti furono trasferiti sulla Diciotti, dove c’era la possibilità di prestare loro l’assistenza medica. Questi sono i fatti. 

Se non ricordo male lei si recò immediatamente sul posto. 
Sì. Mi trovavo in Calabria per impegni istituzionali e decidemmo di andare a verificare, a bordo di un nostro velivolo impegnato in attività di monitoraggio. Sorvolando la zona, ci accorgemmo che il barcone non c’era più. Era affondato. Sul mare c’era solo parte del paiolato che galleggiava e i salvagente. Un quadro desolante. Giuseppe Conte disse, nel corso del suo intervento al Senato, che senza «l’intervento concreto e diretto della nostra Guardia Costiera» molte di queste persone «sarebbero senz’altro morte». Il fatto che senza il nostro intervento quei migranti non avrebbero più visto sorgere e tramontare il sole mi fece pensare da subito che quella operazione non solo era legittima ma anche giusta e necessaria. Riguardo a questa vicenda, quello che mi rimane a distanza di quasi tre anni sono le parole dell’allora Presidente del Cosiglio e la gratitudine per tutti quelli che hanno contribuito a salvare delle vite umane. Nelle polemiche in cui hanno tentato di trascinarci non sono voluto entrare allora e non entro oggi. 

Che cosa è cambiato nel lavoro della Guardia Costiera con l’istituzione di un’area di responsabilità libica di Search and rescue? 
Nel 2017, oltre all’invio del nostro ambasciatore in Libia, quel Paese aveva iniziato ad avere una guardia costiera più sviluppata, tant’è che ha dichiarato la propria zona di responsabilità Sar. I libici - quando si verifica qualche emergenza in questa area, così come previsto dalla Convenzione di Amburgo - assumono il coordinamento delle operazioni. In presenza di una assunzione di coordinamento da parte di uno Stato sovrano che siede all’Onu; che è riconosciuto dal nostro Paese; che ha recepito la convenzione di Amburgo; che ha dichiarato la propria zona Sar; che ha un guardia costiera che nel tempo ha soccorso diverse migliaia di persone, è evidente e naturale che le modalità di intervento della Guardia Costiera italiana andassero ricalibrate. Fino al 2017, quando ci chiamavano per una emergenza in questa area noi eravamo obbligati a rispondere alle richieste di soccorso, che ricadevano sotto la nostra responsabilità: normative alla mano, infatti, nei casi in cui lo Stato competente non assuma il coordinamento delle operazioni di soccorso, tali operazioni vengono coordinate dall’Autorità nazionale Sar che, per prima, ne ha avuto notizia ed è in grado di fornire la migliore assistenza possibile. Oggi, con il riconoscimento della area Sar libica, non è più così anche se è evidente che, tutte le volte che rileviamo difficoltà da parte dei Paesi che ci circondano, offriamo loro la massima disponibilità e collaborazione. Collaborazione che offriamo nel rispetto della Convenzione di Amburgo.

Poche settimane fa il ministero dell’Istruzione e la Guardia Costiera hanno firmato un protocollo d’intesa per valorizzare tra i giovani la cultura del mare. Si tratta di una nuova modalità nell’impegno quotidiano della Guardia Costiera in difesa dell’ambiente e della legalità? 
Con il ministro Bianchi abbiamo firmato il rinnovo di un protocollo, che avevamo già siglato con il precedente ministro della Pubblica istruzione, per un concorso che si chiama “I cittadini del mare”. Si tratta di una iniziativa che riteniamo estremamente importante perché si tratta di portare la cultura del mare, l’amore per il mare, alle giovani generazioni. Tra i compiti della Guardia Costiera c’è quello della tutela dell’ambiente marino, fondamentale per la vita stessa dell’uomo sul pianeta Terra. Per fare capire questo ai giovani bisogna raccontarglielo e questa attività ci aiuta a entrare nelle scuole per dare questo messaggio di tutela del mare. Prima del Covid incontravamo ogni anno 60mila studenti. E speriamo di tornare presto nelle scuole. La miglior tutela sta nella prevenzione. E quale migliore prevenzione che far nascere nei giovani la cultura del mare? Tra l’altro la cultura del mare è una attività che stiamo cercando di sviluppare sempre più anche attraverso la ricostruzione della nostra memoria storica. Abbiamo firmato un accordo col ministero della Cultura per salvaguardare la memoria orale delle varie comunità locali che hanno un rapporto fecondo e profondo con le attività marinaresche. Conservare queste memorie, penso ad esempio all’affondamento del Santa Lucia su cui presto uscirà un volume per le edizioni All Around, è un servizio al territorio e al Paese tutto. E mi piace anche ricordare un accordo recentissimo firmato con l’Istituto Luce. Le nostre capitanerie e i nostri uffici sono i collettori di una preziosa memoria storica: noi e soltanto noi conosciamo le storie di mare di tanti luoghi della nostra bella Italia, a noi si rivolgono marinai, pescatori, diportisti. Ebbene, la somma di queste storie deve essere raccontata, divulgata e conservata per lasciarla alle generazioni future. 

Qual è l’ultima cosa che mette nella valigia dei ricordi?
Le tante operazioni di soccorso e salvataggio condotte e le tante persone che si sono rivolte a noi. Poche settimane fa mi ha scritto il papà di un marittimo che durante il Covid era all’estero su una nave da crociera. Era rimasto bloccato, lontano da casa. Ebbene, quel papà mi ha scritto parole semplici e commoventi per ringraziarmi per l’attenzione con cui abbiamo seguito la vicenda dei nostri connazionali imbarcati. Non si aspettava tanta attenzione. A lui e a tutti gli italiani che hanno fiducia in noi voglio dire che quell’attenzione, quella capacità di ascolto dei bisogni delle persone e dei territori sono nel dna della Guardia Costiera. Un patrimonio prezioso, questo, che mettiamo ogni giorno a disposizione del nostro Paese.
 

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