Italy opens the door: nuova stagione per i charter delle private use yachts in Italia

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16/06/2026 - 12:47
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Per oltre quindici anni l’industria ha parlato di un possibile regime Yachts Engaged in Trade (YET) applicabile anche in Italia, senza però vedere una soluzione davvero praticabile. Da maggio 2026, con l’intervento dell’Agenzia delle Dogane, i superyacht non‑UE – in particolare quelli battenti bandiera Isole Marshall, Cayman e Isle of Man – hanno finalmente un percorso formale per combinare uso privato e attività di charter, in modo controllato, nelle acque italiane. È una novità che apre opportunità interessanti ma introduce anche sfide complesse, ancora poco comprese, per armatori, family office e consulenti.

Per capire cosa cambia davvero e come muoversi in pratica, ho intervistato Ezio Dal Maso, partner di Stephenson Harwood e responsabile del superyacht team, studio che segue da vicino lo sviluppo dei regimi YET nei principali hub del Mediterraneo.

Ezio Dal Maso

PM: Ezio, partiamo dal quadro generale. Da anni si parlava di un YET “alla italiana”, ma solo ora sembra esserci una risposta concreta da parte delle autorità. Cosa è successo, e perché questo passaggio è così rilevante per il mercato?

Ezio Dal Maso: In effetti, per più di quindici anni il settore ha discusso di un regime Yachts Engaged in Trade applicabile in Italia, senza però una cornice chiara e realmente operativa. Con l’intervento di maggio 2026, la Dogana italiana ha finalmente delineato un percorso che consente ai superyacht non‑UE – tipicamente bandiere come Marshall Islands, Cayman Islands o Isle of Man, dove esistono già strutture YET consolidate – di effettuare charter basati in Italia mantenendo la natura di yacht a uso privato, purché l’attività commerciale sia attentamente regolata. Per un armatore significa poter aggiungere un tassello importante al modo in cui utilizza il proprio yacht in uno dei mercati più strategici al mondo, senza dover stravolgere flag ed assetti esistenti.

Q1 – Perché questo YET italiano è diverso dal passato?

PM: In concreto, in cosa si distingue questo nuovo regime YET italiano rispetto alle soluzioni “artigianali” o parziali che abbiamo visto negli anni?

Ezio Dal Maso: La vera differenza è che oggi esiste un percorso formale riconosciuto dall’autorità doganale italiana, che consente a yacht con bandiera non‑UE di combinare uso privato e charter in Italia entro parametri ben definiti. In passato si cercava di “adattare” strumenti pensati per altre giurisdizioni o per altre finalità, con margini di incertezza sia per l’armatore sia per gli operatori commerciali

Oggi il regime YET italiano si inserisce esplicitamente nel crocevia tra normativa doganale europea, IVA italiana, requisiti regolamentari del flag e operatività quotidiana del charter, offrendo un quadro più strutturato e difendibile. Questo non elimina la complessità, ma rende possibile una pianificazione integrata, anziché affidarsi a interpretazioni frammentarie o a prassi non codificate.

Q2 – Quali sono le opportunità per armatori e family office?

PM: Dal punto di vista di un armatore o di un family office, quali sono le opportunità più immediate che vedi in questo nuovo scenario?

Ezio Dal Maso: La prima è la possibilità di mantenere i vantaggi della bandiera non‑UE – per molti, oggi, Marshall Islands, Cayman Islands o Isle of Man – e delle strutture già esistenti, aprendo al contempo la porta a charter con base in Italia che prima erano molto difficili da organizzare in modo pienamente conforme. Questo consente di valorizzare maggiormente periodi e aree di crociera particolarmente richieste, dal Tirreno alle isole, senza rinunciare alla flessibilità e al profilo di yacht privato.

La seconda opportunità è strategica: il nuovo regime diventa uno strumento in più nella pianificazione complessiva dell’uso dello yacht, che può essere modulato in funzione di esigenze familiari, obiettivi di redditività, esposizione fiscale e presenza nei vari mercati mediterranei. Per molti family office è un modo per allineare in modo più fine la vita a bordo, il posizionamento del bene e la tassazione, all’interno di una cornice legale che, pur nuova, è chiaramente definita dalle autorità competenti.

Q3 – Dove stanno le principali criticità operative?

PM: Ogni nuova opportunità porta con sé qualche rischio. Dove vedi oggi le principali criticità o potenziali “trappole” per chi vuole entrare nel regime YET italiano?

Ezio Dal Maso: Il primo elemento da sottolineare è che il regime è nuovo e, di fatto, ancora non testato nella prassi operativa quotidiana. Questo significa che, al di là dell’annuncio, occorre prestare molta attenzione a come il YET italiano interagisce con le strutture di holding, le assunzioni fiscali pregresse, le modalità di finanziamento e il pattern di crociera di ciascuna unità

Il secondo tema riguarda l’intersezione di normative: parliamo di diritto doganale UE, IVA italiana, obblighi assicurativi, requisiti regolamentari dei registri di bandiera non‑UE e dinamiche operative del charter day‑to‑day, che devono coesistere in modo coerente. Una gestione poco attenta può portare a misalignment tra questi livelli – ad esempio tra presupposti IVA e modalità effettiva di utilizzo dello yacht – con potenziali conseguenze in termini di contestazioni o inefficienze fiscali.

Q4 – Come si inserisce il YET italiano nella strategia Mediterraneo di una flotta?

PM: Molti armatori non guardano solo all’Italia ma a un Mediterraneo integrato. Come si collega questo nuovo quadro italiano con quanto già esiste in Francia, Grecia e nelle giurisdizioni di bandiera che citavi prima?

Ezio Dal Maso: Uno dei punti di forza del nostro studio è proprio la presenza fisica nei tre principali hotbed dello yachting mondiale: Francia, Italia e Grecia. Questo ci permette di leggere il nuovo regime YET italiano non come un’isola normativa, ma come un tassello inserito in un mosaico più ampio che comprende gli schemi già operativi nelle altre giurisdizioni mediterranee e le regole proprie dei registri di bandiera come Marshall Islands, Cayman o Isle of Man.

L’obiettivo, in pratica, è costruire una strategia di impiego dello yacht che sia coerente a livello Mediterraneo e di struttura di proprietà: per alcuni armatori potrà significare concentrare parte dell’attività di charter in Italia, per altri sfruttare il YET italiano in combinazione con i regimi esistenti in Francia o Grecia, sempre con un approccio che sia sia commerciale sia difendibile in caso di scrutinio regolamentare o fiscale.

Q5 – Cos’è il “YET Italy Charter Pack” e come aiuta a fare il prossimo passo?

PM: Per chi ci legge e sta valutando se e come entrare in questo regime, il passo successivo è capire cosa fare concretamente. Avete sviluppato uno strumento ad hoc: ci spieghi cos’è il vostro “YET Italy Charter Pack” e a chi è rivolto?

Ezio Dal Maso: Abbiamo creato un pacchetto dedicato, il “YET Italy Charter Pack”, pensato specificamente per armatori, family office e i loro consulenti di fiducia, inclusi quelli che già operano sotto regimi YET di Marshall Islands, Cayman Islands o Isle of Man o stanno valutando di migrare verso queste bandiere. Non si tratta di un semplice riassunto della circolare, ma di un toolkit operativo che illustra cosa può significare concretamente il nuovo regime per il singolo yacht o per una flotta, e come può essere reso compatibile con gli obiettivi e i vincoli più ampi del proprietario.

L’idea è accompagnare il cliente in un’analisi personalizzata: dall’assetto societario attuale, alle implicazioni doganali e IVA, fino alle modalità di gestione del charter e alla coerenza con le regole del flag di appartenenza. Per chi sta prendendo in considerazione charter con base in Italia, o semplicemente vuole verificare se questo regime di lunga attesa sia allineato con il proprio tax planning, il passo logico è un confronto diretto con il nostro team, partendo proprio dai contenuti del Charter Pack.

Q6 – Come iniziare: i primi passi operativi

Filippo Ceragioli: Chiudiamo con una domanda molto pratica: se oggi un armatore decide di esplorare seriamente la strada del YET in Italia, quali tre step dovrebbe mettere subito in agenda?

Ezio Dal Maso: Il primo step è una due diligence interna sulle strutture esistenti: veicolo di proprietà, eventuale finanziamento, presupposti fiscali su cui si è basata finora la pianificazione e pattern di crociera atteso per le prossime stagioni. Serve a capire se il quadro attuale è già compatibile con il regime o richiede interventi correttivi.

Il secondo passo è una valutazione comparata tra il nuovo regime italiano e le altre opzioni disponibili, sia a livello di bandiera sia di Paesi mediterranei in cui lo yacht opera o potrebbe operare, in modo da definire una strategia coerente e non frammentata. Terzo, è fondamentale coinvolgere sin da subito un team multidisciplinare – legale, fiscale, operativo – che possa tradurre la cornice normativa in procedure concrete a bordo, nei contratti di charter e nella documentazione con le autorità.

Chi desidera accedere al “YET Italy Charter Pack” e discutere il significato pratico del nuovo regime per il proprio yacht può contattare direttamente Ezio Dal Maso, partner e head of superyacht team presso Stephenson Harwood.

Filippo Ceragioli

©PressMare - riproduzione riservata

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