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La nautica, una ricchezza buttata nel cesso

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Barche
Barche

La Francia nell’immediato secondo dopoguerra aveva da risolvere un problema enorme: quello di valorizzare le sue coste mediterranee e atlantiche. Ha investito sulla portualità turistica e ha richiamato investitori e molto turismo nautico, che hanno fatto da volano all’arrivo di correnti di turismo internazionale. Negli anni sessanta è stata imitata dalla Spagna, sempre con grande successo, che ha trasformato le Baleari in culla della nautica. La Slovenia, la Croazia e il Montenegro hanno continuato la politica di Tito di valorizzazione delle coste adriatiche e hanno puntato con successo prima sugli anziani e il turismo dell’Est, e poi sul richiamo e contributo economico e occupazionale della nautica da diporto, emulate da Grecia, Turchia e Tunisia e più recentemente addirittura dall’Albania.

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Solo il terrorismo ideologico mussulmano ha impedito all’Algeria di ottenere il medesimo successo, mentre Malta in questi decenni ha monopolizzato tutto il turismo nautico britannico diretto in Grecia e Turchia. Se in Libia non ci fosse stato Gheddafi, anche lì avrebbero costruito porti turistici e nonostante la guerra civile e gli Hezbollah qualcosa si è fatto anche in Libano.

Solo l’Italia è riuscita a contrastare sistematicamente la costruzione di darsene ed è riuscita a far emigrare i suoi diportisti e quelli stranieri in Corsica, in Costa Azzurra e in Adriatico verso la costa istriana e dalmata, fino alla lontana Turchia, regalando la più che tangibile ricchezza delle attività nautiche ai concorrenti mediterranei. Pensate quanti miliardi di lire e poi di euro dagli anni ’50 a oggi l’Italia, anzi, chi l’ha governata ha regalato agli altri paesi mediterranei. Una ricchezza letteralmente buttata nel cesso! Caro Matteo Renzi, la parola d’ordine è discontinuità

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