Nautica, 5,7 miliardi di impatto economico e un potenziale ancora da valorizzare

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03/10/2026 - 20:43
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Giornata di numeri, bilanci e soprattutto di ricerca di punti d’incontro tra Industria e Governo oggi alla terza giornata della 66esima edizione del Salone Nautico di Genova. Presso la sala Forum del Padiglione Blu partendo dai risultati del nuovo studio commissionato da Confindustria Nautica a Deloitte, relativo all’impatto economico dello yachting sulle economie costiere, si sono discusse le principali opportunità e criticità dell’attuale modello di turismo nautico in Italia e le possibilità di futuri sviluppi.

Piero Formenti, Presidente di Confindustria Nautica nel suo intervento ha messo in evidenza come l’industria italiana sia leader mondiale assoluta nella costruzione di yacht “Ma non può prescindere da una rete infrastrutturale moderna e dall’integrazione dell’offerta turistica con i territori costieri”, ha detto, “C’è un tema di riqualificazione delle infrastrutture portuali esistenti, anche per adeguarle alle esigenze del mercato e approntare strutture per i superyacht: oggi solo circa il 2% dei posti barca italiani è destinato a unità oltre i 24 metri. Serve inoltre completare la rete infrastrutturale nel Sud e semplificare la conferenza dei servizi. Una volta riconosciuta la nautica come parte di un progetto di politica economica del Paese, è necessaria una visione coordinata di tutte le azioni per raggiungere questi obiettivi”.

Marco Bucci, presidente della Regione Liguria, ha evidenziato quanto l'analisi sulle grandi opportunità offerte dallo yachting e dal turismo nautico offrano grandi spunti di riflessione sul futuro del territorio, ligure e non solo. “Del resto, il Salone Nautico di Genova rappresenta una delle più importanti vetrine internazionali del mondo della nautica e del diporto, due settori che hanno ricadute significative sul territorio ligure sia nel breve sia nel lungo periodo”, ha dichiarato il Governatore, “Un territorio, infatti, cresce non soltanto per chi lo vive oggi, ma anche pensando a chi lo abiterà e lo farà crescere domani. Per questo gli amministratori pubblici hanno il dovere di avere una visione che sappia guardare non ai prossimi due tre anni, ma ai prossimi venti. Eventi come il Salone Nautico producono certamente ricadute economiche e occupazionali e contribuiscono allo sviluppo del territorio, ma il loro valore va anche oltre questi aspetti. Sono occasioni capaci di suscitare interesse, offrire nuovi stimoli e aprire spazi di riflessione per chi li visita, soprattutto per le generazioni più giovani. Passeggiando tra le imbarcazioni, osservando le innovazioni e conoscendo le tante professionalità che ruotano attorno al mondo della nautica, può nascere una passione, un interesse, magari anche un'idea per il proprio futuro. È così che un evento può contribuire, nel tempo, a formare gli ingegneri, gli imprenditori, i lavoratori della nautica di domani".

Tommaso Nastasi, Deloitte Strategy and Value Creation Leader ha poi esposto “Yachting Tourism and Economic Contribution” realizzato da Deloitte per Confindustria Nautica, un’analisi dettagliata sull’impatto economico dello yachting sulle economie costiere italiane.

Lo studio definisce il turismo nautico come una vera e propria leva di crescita per l’economia italiana: il giro d’affari ha raggiunto circa i 5,7 miliardi di euro nel 2025. La spesa operativa - ormeggi, carburante, manutenzione, rimessaggio ed equipaggio - ha toccato i 3,6 miliardi (63% del totale), mentre i consumi a terra - che includono ristorazione, shopping, intrattenimento, trasporti, hospitality - valgono 2,1 miliardi (37%) per l’intero parco nautico. “La nautica da diporto rappresenta un settore strategico per l’Italia, sia per il contributo diretto all’economia sia per lo spillover su altre filiere del Made in Italy e del turismo”, ha dichiarato. “Una maggiore valorizzazione dell’intera filiera e del turismo nautico, capace di attrarre sempre più domanda nazionale e internazionale, può rafforzare ulteriormente il posizionamento della nautica italiana nel mondo, generando ricadute rilevanti per l’economia del Paese”.

L’Italia così si conferma una delle principali destinazioni internazionali per il turismo nautico e, in particolare, per il segmento dei superyacht, ma presenta ancora ampi margini di crescita sul fronte delle infrastrutture e della capacità di attrarre e trattenere clientela ad alta capacità di spesa.

È soprattutto il contributo economico di questo segmento a evidenziare il potenziale del turismo nautico. Nel 2025 l’impatto economico diretto del comparto in Italia è stimato in circa 5,7 miliardi di euro, di cui 3,6 miliardi legati alla spesa operativa delle imbarcazioni e 2,1 miliardi alla spesa turistica a terra. I superyacht rappresentano appena il 3% della flotta attiva in Italia, ma generano il 42% dell’impatto economico diretto. Considerando anche le unità tra 18 e 24 metri, gli yacht premium raggiungono circa il 7% della flotta e arrivano a generare il 55% dell’impatto economico complessivo del turismo nautico. Lo studio evidenzia inoltre che ogni anno circa 1.200 superyacht stagionali soggiornano in Italia per una media di 23 giorni, visitando circa sette località, con una forte concentrazione nei mesi estivi. Tra le principali destinazioni figurano la Costa Smeralda e il Golfo di Olbia, seguiti da Capri, Golfo del Tigullio e Costiera Amalfitana. I circa 960 superyacht stanziali, invece, trascorrono in Italia mediamente 193 giorni, distribuiti su 8,3 mesi dell’anno, e sono prevalentemente unità tra 40 e 60 metri. In questo segmento la Liguria rappresenta il principale polo italiano per giornate di presenza, con Riviera dei Fiori, Genova e Golfo della Spezia tra le aree maggiormente interessate.

I dati indicano quindi una duplice direzione di sviluppo: da un lato rafforzare la rete infrastrutturale, soprattutto nelle aree oggi meno servite; dall’altro aumentare la capacità di accogliere e trattenere i grandi yacht attraverso servizi qualificati, rimessaggio, refitting, crew welfare e un’offerta territoriale in grado di favorire soggiorni più lunghi e distribuiti durante tutto l’anno.

Dopo l’esposizione della ricerca, Mario Zanetti, Presidente delegato di Confindustria per l'Economia del Mare ha preso poi la parola per confermare come lo yachting genera valore lungo tutta la filiera e ha dichiarato “Conferma il ruolo dell’Italia, protagonista a livello internazionale sia nella cantieristica sia nel turismo nautico di fascia alta. Questa la fotografia dello studio Deloitte-Confindustria Nautica che indica anche dove si può crescere: soggiorni più lunghi, invernaggio, refit e servizi per gli equipaggi e nelle competenze. Lo studio Confindustria-BCG, di aprile scorso, stima per l’intera Economia del Mare un fabbisogno 2026-2030 di 175.000 lavoratori. Nella cantieristica questa sfida pesa di più: il 43% delle posizioni ricercate resta scoperto, quasi il doppio della media del settore. Quindi è necessario investire nelle competenze perchè solo così la partita la vinciamo tutti: lavoratori, imprese, territori, settori. E così cresce la competitività della Blue Economy e del Paese".

Piero Formenti, Presidente di Confindustria Nautica nel suo intervento ha messo in evidenza come l’industria italiana sia leader mondiale assoluta nella costruzione di yacht “Ma non può prescindere da una rete infrastrutturale moderna e dall’integrazione dell’offerta turistica con i territori costieri”, ha detto, “C’è un tema di riqualificazione delle infrastrutture portuali esistenti, anche per adeguarle alle esigenze del mercato e approntare strutture per i superyacht: oggi solo circa il 2% dei posti barca italiani è destinato a unità oltre i 24 metri. Serve inoltre completare la rete infrastrutturale nel Sud e semplificare la conferenza dei servizi. Una volta riconosciuta la nautica come parte di un progetto di politica economica del Paese, è necessaria una visione coordinata di tutte le azioni per raggiungere questi obiettivi”.

Numeri e soluzioni sono stati poi rimessi in gioco dalla tavola rotonda moderata da Raoul de Forcade, giornalista de Il Sole 24 Ore, che ha fatto salire sul palco gli esperti e i vertici del settore: Fabrizio Palombo, Presidente della Sezione Yacht di Federagenti; Roberto Perocchio, Presidente di Assomarinas Fabio Planamente, Vice Presidente di Confindustria Nautica. Pierpaolo Ribuffo ed Ernesto Lanzillo, Deloitte Central Mediterranean Private leader.

Il dibattito ha evidenziato innanzitutto la necessità di aumentare la capacità dell’Italia di intercettare i grandi flussi internazionali. Circa il 60% degli yacht che navigano nel mondo si trova infatti nel Mediterraneo, una quota che rappresenta per il nostro Paese un’importante opportunità di crescita.

Fabrizio Palombo di Federagenti ha sottolineato la necessità di trasformare maggiormente i porti italiani in veri e propri home port, attraverso servizi tecnici, logistici, amministrativi, doganali e fiscali più efficienti e una maggiore integrazione tra porti e città. «Dobbiamo cercare di attrarre maggiormente quel 60% di yacht che naviga nel Mediterraneo, valorizzando i nostri porti come home port e offrendo servizi migliori agli equipaggi e alle imbarcazioni. L’Italia ha tutto: cultura, ambiente e gastronomia. Dobbiamo semplicemente valorizzarlo meglio». Un ruolo centrale è stato riconosciuto anche alla formazione, sia del personale navigante sia delle professionalità a terra, facendo leva su realtà come l’Accademia della Marina Mercantile e gli istituti nautici. Tra le priorità indicate anche la riduzione degli oneri burocratici e lo sviluppo di maggiori sinergie tra le diverse componenti della filiera.

Sul fronte delle infrastrutture, il presidente di Assomarinas Roberto Perocchio ha ricordato che oggi solo il 2% dei posti barca italiani è destinato a imbarcazioni oltre i 24 metri, ma ha evidenziato il forte investimento in corso nel sistema dei porti turistici. Sono circa 24 mila i nuovi posti barca già in cantiere, mentre ulteriori 50 mila risultano legati a progetti in fase di sviluppo. Tra gli interventi citati figurano i progetti di Sanremo Portosole, Pietra Ligure, Cagliari, Olbia, Bari e Trieste. «Abbiamo già messo in moto la fabbrica dei porti: sono 24 mila i nuovi posti barca in cantiere e altri 50 mila sono legati a progetti. Ora dobbiamo creare le condizioni normative che permettano agli imprenditori di trasformare questi progetti in infrastrutture e servizi di qualità». Per Assomarinas, tra le priorità vi sono l’aggiornamento del DPR 509/1997, la semplificazione delle procedure per la riqualificazione dei porti, la gestione dei dragaggi e alcune questioni fiscali, tra cui l’IMU sulle infrastrutture portuali e il classamento catastale delle strutture nautiche.

Dal mondo dell’impresa è arrivata una richiesta di maggiore chiarezza e stabilità delle regole. Fabio Planamente, vicepresidente di Confindustria Nautica, ha posto l’accento sulla necessità di accompagnare la capacità di investimento delle imprese con un quadro istituzionale più efficace: meno burocrazia e più visione. «Gli imprenditori italiani hanno volontà e capacità di investire, ma devono poter contare su regole chiare e su istituzioni capaci di seguire questa voglia di fare. Abbiamo quasi 8.000 chilometri di coste che tutto il mondo ci invidia: dobbiamo essere in grado di valorizzare questo patrimonio e continuare a innovare senza disperdere il nostro know-how». Planamente ha inoltre richiamato l’evoluzione del rapporto delle nuove generazioni con la nautica, sottolineando l’importanza di rendere il mare più accessibile attraverso esperienze, noleggio e charter, superando il tradizionale concetto di possesso dell’imbarcazione.

Sul fronte istituzionale, l’Ammiraglio Pierpaolo Ribuffo, in rappresentanza del Dipartimento per le Politiche del Mare, ha ricordato le iniziative già avviate: dalla Strategia industriale marittima alla seconda edizione del Piano del Mare, fino alla legge sulla valorizzazione della risorsa mare, che ha introdotto elementi di semplificazione e digitalizzazione. “Il punto centrale”, ha spiegato, “è rafforzare la collaborazione tra istituzioni e operatori e superare la frammentazione delle competenze. Dobbiamo continuare a percorrere la rotta che abbiamo tracciato, con una consapevolezza diversa del valore del mare. Per una nazione come la nostra è importante costruire un sistema nel quale ascolto e comprensione tra amministrazioni e operatori siano più immediati.»

Tra le questioni ancora aperte sono state richiamate, in particolare, la gestione dei dragaggi e la necessità di rendere più organico il coordinamento delle competenze marittime.

A chiudere il confronto sul sistema produttivo è stato il rappresentante di Deloitte, Ernesto Lanzillo, che ha evidenziato la natura trasversale della filiera nautica e il ruolo centrale delle piccole e medie imprese. Secondo i dati richiamati nel corso della tavola rotonda, ogni euro prodotto dalla cantieristica genera circa 5 euro di valore aggiunto sull’intera filiera, mentre ogni lavoratore della cantieristica ne sostiene altri 7 nell’indotto. «La nautica è la rappresentazione del tessuto industriale italiano: una filiera fatta di PMI, artigiani, competenze e qualità, capace di attraversare meccanica, elettronica, automazione e lusso. La sfida è innovare, aggregarsi e prepararsi a cogliere le nuove opportunità tecnologiche.»

Tra le opportunità strategiche individuate è emerso anche il dual use, con la possibilità per le imprese della filiera nautica di trasferire competenze e tecnologie dal comparto civile a quello della difesa e dell’underwater. Il settore underwater, è stato ricordato, potrebbe passare da 22 a 44 miliardi di euro nell’arco di cinque anni.

La tavola rotonda ha restituito quindi un quadro nel quale la crescita dello yachting rappresenta un’opportunità per l’intero sistema economico italiano, ma richiede condizioni adeguate per trasformare il potenziale in valore stabile: infrastrutture moderne, porti competitivi, servizi qualificati, formazione, semplificazione amministrativa e maggiore coordinamento tra istituzioni e imprese. Il messaggio condiviso sul tavolo di confronto è quello di una filiera che dispone già di competenze, know-how e un forte posizionamento internazionale, ma che deve continuare a investire per consolidare la propria competitività e intercettare i nuovi flussi di domanda e le nuove opportunità industriali.

Le conclusioni del convegno sono state portate dal Viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Edoardo Rixi che ha affermato "Registriamo un trend positivo sulle grandi imbarcazioni, ma dobbiamo proteggere l'intera filiera da burocrazia e stagnazione europea. Il futuro dell'Italia passa dalla centralità della blue economy: serve riqualificare le nostre coste, sbloccare i dragaggi e dotare i porti turistici di servizi adeguati. Per farlo dobbiamo rendere la normativa più dinamica e orientare le nuove generazioni verso le professioni del mare, trasformando il nostro know-how industriale e la ricerca in un motore di ricchezza per il Paese. Abbiamo la necessità di nuovi approdi: ci sono aree del nostro Paese completamente carenti di banchine e altre dove gli approdi ci sono, ma mancano i servizi. Sono infrastrutture che oggi non riescono a soddisfare le esigenze di un Paese che vuole continuare a essere leader nel settore della nautica e che ha bisogno di offrire servizi adeguati. La nautica non è solo un settore stagionale, ma un’industria strategica che genera valore e occupazione di alto livello: il Governo è al fianco di imprese e lavoratori per valorizzare la nostra leadership mondiale. Ci sono delle prospettive che possiamo valorizzare e dei rischi che possiamo contenere: è l'unico modo tramite cui l'Italia può reagire a una condizione complessa a livello geopolitico internazionale complessa, ma anche europeo".

 
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