Blue Design Summit panel: Dall’idea al mare: il lavoro di squadra dietro uno yacht

08/06/2026 - 10:15 in Servizio by Press Mare

Al Blue Design Summit di La Spezia, uno dei panel più interessanti dedicati al mondo della nautica di alta gamma ha messo al centro un tema che oggi sta ridefinendo profondamente il settore: l’evoluzione del rapporto tra cantiere e armatore e il valore del lavoro di squadra nella realizzazione di uno yacht custom. A confrontarsi sul palco, moderato da Francesca Ragnetti, New Build Sales Manager di Camper & Nicholsons, sono state alcune figure femminili di primo piano della nautica internazionale: Barbara Amerio, CEO and Sustainability Director di Amer Yachts; Marijana Radovic, founder di M2Atelier; Isabella Picco, Marketing and Communication Director di Tankoa; Nadia Cutolo, Lead Project Engineer del reparto allestimento di Hydro Tec; Laura Ceccarelli, Co-CEO di Tuxedo Yachting House.

Francesca Ragnetti

Ne è emerso un racconto corale della nautica contemporanea, dove il superyacht non è più percepito come semplice bene di lusso o status symbol, ma come spazio esperienziale, ambiente familiare e proiezione personale dell’armatore.

Uno dei temi centrali del confronto ha riguardato il cambiamento del profilo dell’armatore. Secondo Barbara Amerio, oggi il cliente arriva in cantiere con un’esperienza di navigazione consolidata, conoscenze tecniche precise e aspettative molto più articolate rispetto al passato. Non si tratta più di un armatore che acquista una barca per rappresentanza, ma di una figura che vive il mare, conosce la vita a bordo e partecipa attivamente alle decisioni progettuali.

Barbara Amerio

Questo coinvolgimento si riflette anche nell’attenzione crescente verso il benessere dell’equipaggio, considerato parte integrante dell’esperienza armatoriale. Amerio ha sottolineato come la qualità della vita del crew sia ormai equiparata a quella degli ospiti: “quando l’equipaggio sta bene, migliora anche l’esperienza dell’armatore”.

Marijana Radovic ha ampliato il concetto spiegando che il cliente contemporaneo cerca “uno spazio da vivere” più che un oggetto. Il design, quindi, si orienta verso soluzioni durature, coerenti e prive di eccessi effimeri. Un approccio che punta alla “timelessness”, soprattutto nelle grandi unità metalliche o nelle imbarcazioni con utilizzo misto privato-charter. Dal panel è emerso con forza quanto il rapporto umano sia diventato centrale nel processo di costruzione di uno yacht custom.

Laura Ceccarelli ha spiegato come il vero obiettivo sia conquistare la fiducia del cliente, facendo percepire che tutte le figure coinvolte siano “dalla stessa parte del tavolo”. Per riuscirci servono ascolto, tempo e capacità di interpretare desideri spesso molto personali.

Marijana Radovic

Un concetto ripreso anche da Radovic, che ha descritto il lavoro del designer come un continuo esercizio di diplomazia e sensibilità psicologica. Il progetto, ha spiegato, non deve riflettere il gusto del professionista ma la personalità dell’armatore. Anche le richieste più eccentriche diventano quindi parte di un equilibrio da costruire. Gli esempi raccontati durante il panel hanno mostrato quanto il custom possa spingersi lontano: dalle testiere patchwork con materiali inconsueti fino a progetti basati sui gesti della tradizione italiana, trasformati in maniglie e rubinetterie.

Secondo Barbara Amerio, per lavorare in questo settore servono “doti di fine psicologia”, perché il rapporto con l’armatore evolve spesso in una relazione personale profonda, costruita in anni di lavoro condiviso. Non a caso, tra le provocazioni più apprezzate dal pubblico, è arrivata quella lanciata ironicamente dalle relatrici: per lavorare nella nautica custom, forse ai giovani designer servirebbe anche “un master in psicologia”.

Isabella Picco

Un altro elemento emerso con forza è stato il valore del lavoro corale dietro ogni yacht. Le relatrici hanno insistito sul fatto che una barca non sia mai il risultato di un singolo autore, ma di una filiera complessa fatta di progettisti, tecnici, artigiani, fornitori, management e maestranze di cantiere.

Laura Ceccarelli ha ricordato quanto siano fondamentali le persone che lavorano materialmente sulle imbarcazioni, definendole veri artisti. Isabella Picco ha ribadito il concetto parlando di cooperazione e collaborazione trasversale come elementi indispensabili per affrontare la complessità di un progetto custom.

Nel corso del dibattito è stato più volte evocato il momento del varo come sintesi emotiva di questo percorso condiviso. Quando l’armatore si commuove davanti alla barca completata, hanno raccontato le protagoniste del panel, spesso si emoziona anche tutto il team che ha lavorato al progetto. Il panel ha poi affrontato il tema delle contaminazioni progettuali.

Nadia Cutolo

Laura Ceccarelli ha raccontato come molte intuizioni derivino dall’automotive e dall’aviazione, soprattutto nella progettazione di yacht in alluminio. Porte ad apertura “gull wing”, linee tese e soluzioni funzionali ispirate agli aeroplani sono ormai parte del linguaggio progettuale contemporaneo.

Anche Nadia Cutolo ha spiegato come spesso sia direttamente il cliente a portare riferimenti precisi: linee che richiamano un modello automobilistico, garage tender invisibili, gru integrate nelle falchette o sistemi nascosti all’interno delle architetture di bordo.

Per Marijana Radovic, invece, l’ispirazione può nascere ovunque: da un pattern visto in aeroporto, da un progetto retail, da uno spazio residenziale o persino da un dettaglio architettonico osservato durante un viaggio. Il risultato è una nautica sempre più contaminata da mondi esterni, dove gli yacht diventano vere “ville galleggianti” progettate per riflettere uno stile di vita più che una funzione esclusivamente nautica.

Ampio spazio è stato dedicato anche al tema della sostenibilità, affrontato in modo molto concreto. Barbara Amerio ha evidenziato come la sostenibilità nella nautica non possa limitarsi alla propulsione, ma debba partire dalla progettazione stessa dell’imbarcazione. L’obiettivo è pensare al ciclo di vita completo dello yacht: costruzione, refit, manutenzione e fine vita.

Tra i temi affrontati: utilizzo di materiali recuperabili e riciclabili, progettazione di pannellature smontabili e ispezionabili, sviluppo di materioteche digitali in grado di tracciare provenienza, produzione e smaltimento dei materiali. Amerio ha inoltre raccontato che Amer Yachts sta lavorando con architetti provenienti da altri settori per ripensare completamente alcuni modelli e creare spazi progettati secondo logiche nuove.

Secondo Nadia Cutolo, la sostenibilità viene spesso percepita anche come opportunità funzionale: l’adozione di sistemi ibridi, ad esempio, permette di accedere ad aree marine dove le propulsioni tradizionali avrebbero limitazioni.

Marijana Radovic ha invece insistito sull’idea di sostenibilità come “catena condivisa”, dove nessun attore può agire da solo. Cantieri, progettisti, fornitori e armatori devono contribuire insieme a ridurre l’impatto ambientale dell’intero ciclo produttivo.

Dal punto di vista del marketing, Isabella Picco ha spiegato come il settore dei mega yacht segua regole completamente diverse rispetto al mercato consumer. Nel segmento sopra i 45 metri, ha osservato, la comunicazione non punta ai volumi né alla vendita diretta. Conta invece la capacità di costruire credibilità, reputazione e coerenza valoriale. L’armatore cerca un ambiente nel quale riconoscersi, e ogni elemento — dal sito internet alle immagini, dal linguaggio utilizzato al comportamento delle persone in cantiere — contribuisce a creare fiducia. Picco ha sottolineato anche un aspetto molto concreto del marketing nautico: gran parte dei budget viene assorbita dalla partecipazione ai saloni internazionali, lasciando risorse limitate per il resto delle attività di comunicazione. Da qui la necessità di strategie estremamente selettive e mirate.

In chiusura, il panel ha restituito l’immagine di una nautica sempre più costruita sulle relazioni umane, sulla contaminazione delle competenze e sulla capacità di lavorare in squadra. Un settore dove tecnica, design, psicologia, artigianato e comunicazione convivono all’interno di processi lunghi e complessi, ma capaci di trasformare un insieme di idee, materiali e persone in qualcosa che va ben oltre la semplice costruzione di una barca.

Come ha ricordato Francesca Ragnetti citando Alexander Pope nel finale dell’incontro: “Il mare unisce i paesi che separa”. Una frase che, nel contesto del panel del Blue Design Summit, è sembrata sintetizzare perfettamente anche il modo in cui lo yachting contemporaneo unisce professionalità, culture e visioni differenti attorno a un progetto comune.

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