Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana, non è il posto dove ci si aspetta di parlare di yacht, carene e ordini dei cantieri che costruiscono barche. Eppure è esattamente lì che si è tenuto uno dei confronti più interessanti degli ultimi mesi sulla nautica italiana: non sulle barche, ma su quello che serve per farle crescere. Capitali, credito, quotazione, governance. Il lato del settore che l'industria conosce bene ma che fatica ancora, in certi casi, a raccontare al mercato finanziario.
Il contesto era quello della quarta edizione di "The State of the Art of the Global Yachting Market", lo studio realizzato da Deloitte per Confindustria Nautica. Moderati da Simone Spetia di Radio 24, si sono confrontati Piero Formenti, presidente di Confindustria Nautica, Roberta Laveneziana, Senior Manager Mid & Small Caps – Primary Market di Borsa Italiana, e Antonio Solinas, Deputy Business Leader di Deloitte Advisory Italy. Tre punti di osservazione diversi, tre modi di leggere lo stesso fenomeno.
Formenti ha aperto con una fotografia del mercato che non nasconde le sfumature. Il ciclo espansivo post-pandemia si sta normalizzando — una parola più elegante per dire che la corsa è rallentata — e il rallentamento non colpisce tutti allo stesso modo. La grande nautica tiene, la media nautica tiene, ma la piccola soffre di più. Dazi, tensioni geopolitiche, domanda in frenata: il contesto internazionale non aiuta. Eppure, Formenti ha ricordato con dati alla mano che l'industria italiana continua a detenere quote rilevanti del mercato mondiale e del portafoglio ordini globale. Non è un risultato scontato, specie in un momento delicato come questo.
Sul fronte del credito, la lettura di Antonio Solinas è stata netta: il rapporto tra nautica e sistema bancario è cambiato. Non si tratta più di un settore che gli istituti finanziari guardano con diffidenza o superficialità. Oggi ci sono competenze dedicate, capacità di analisi specifica, una familiarità con le dinamiche del comparto che fino a qualche anno fa era rara. Merito, in parte, proprio del lavoro di documentazione e analisi che Confindustria Nautica e Deloitte hanno costruito nel tempo: avere dati affidabili, aggiornati, leggibili da chi non conosce il settore dall'interno è un vantaggio competitivo che non va sottovalutato.
Solinas ha anche messo a fuoco una trasformazione strutturale che sta ridisegnando il valore delle aziende nautiche agli occhi degli investitori: il peso crescente di servizi, refit, assistenza e attività complementari rispetto alla sola produzione di unità nuove. Un'azienda che genera ricavi lungo tutto il ciclo di vita dello yacht — non solo quando lo vende, ma anche quando lo mantiene, lo aggiorna, lo gestisce — è un'azienda più prevedibile, più solida, più appetibile. Il dato che circa il 23% delle aziende nautiche italiane abbia già investitori istituzionali o fondi di private equity nella propria struttura societaria, va letto in questa chiave: il settore sta maturando, e la finanza se ne sta accorgendo.
Roberta Laveneziana ha portato il discorso sulla quotazione in Borsa, e lo ha fatto con una constatazione scomoda ma onesta: la nautica italiana è ancora sottorappresentata sui mercati finanziari rispetto al suo peso industriale reale. Le società quotate sono poche. Il potenziale è molto più ampio. Euronext Growth Milan — il mercato pensato per accompagnare le PMI attraverso percorsi di accesso semplificati — rappresenta una porta aperta che molte aziende del settore non hanno ancora varcato. Sanlorenzo è stato citato come caso emblematico di come la quotazione possa diventare una leva non solo finanziaria ma anche organizzativa: managerializzazione, acquisizioni, crescita internazionale. Non è un caso isolato, ma un modello replicabile.
Il momento più significativo del dibattito è stato però quello in cui si è parlato di distanza culturale. Formenti ha detto una cosa che molti imprenditori nautici pensano ma raramente esprimono in pubblico: c'è ancora una frattura tra il modo in cui le aziende del settore si raccontano e i criteri con cui gli investitori le valutano. L'EBITDA, gli indicatori economici, i multipli: strumenti necessari, ma che rischiano di lasciare fuori tutto ciò che rende unica un'azienda nautica — la storia, il brand, il know-how, la reputazione costruita in decenni di lavoro.
Solinas ha risposto con pragmatismo: l'EBITDA è un punto di partenza, non un punto di arrivo. Chi investe davvero guarda anche alla qualità del management, alla credibilità del progetto industriale, alla capacità di costruire una crescita sostenibile. Laveneziana ha aggiunto il concetto di "equity story": non basta avere numeri solidi, bisogna saper presentare una visione. Dove si vuole andare, come si intende arrivarci, cosa si farà con i capitali raccolti. Una narrazione industriale credibile vale quanto un bilancio pulito — a volte di più.
A chiudere, una nota che suona quasi come un contrappeso ai ragionamenti finanziari: al di là degli indicatori, ciò che fa la differenza sono le persone. Competenze, management, credibilità umana oltre che numerica. In un settore dove il talento tecnico è sempre più difficile da trovare e trattenere, è un promemoria che vale la pena portarsi a casa.
La nautica italiana ha tutto per giocare questa partita con il mercato dei capitali. Il problema, se c'è, non è industriale. È di linguaggio.