Da oltre venticinque anni la Society for Documentation of Submerged Sites (SDSS) è impegnata nell’esplorazione e nella documentazione del patrimonio sommerso del Mediterraneo. A guidarne le attività è Mario Arena, direttore dell’organizzazione e responsabile delle spedizioni, che coordina team multidisciplinari composti da archeologi, tecnici e subacquei.
Il loro campo d’azione è un mondo nascosto sotto la superficie: relitti, città sommerse, convogli affondati, tracce di battaglie e rotte commerciali antiche. Un patrimonio che SDSS lavora per riportare “virtualmente in superficie”, rendendolo accessibile anche a chi il mare lo vive da diportista.
“La nostra missione è studiare, documentare e proteggere il patrimonio culturale e ambientale sommerso, rendendolo al tempo stesso fruibile al pubblico — inclusi i naviganti che transitano sopra queste aree senza conoscere ciò che si trova sotto la chiglia”, spiega Arena.
I progetti di SDSS nascono da fonti diverse: richieste istituzionali, collaborazioni scientifiche, ricerche d’archivio o intuizioni maturate direttamente in mare. Il filo conduttore resta invariato: considerare il Mediterraneo come un grande archivio, da interpretare con rigore scientifico e tradurre in contenuti accessibili anche per chi naviga.
Tra le aree più significative emergono Pantelleria e le Egadi, due contesti profondamente diversi ma accomunati da un elevato valore storico.
Pantelleria, isola vulcanica, presenta fondali particolarmente ricchi. Lungo circa un miglio di costa si sviluppano tre siti archeologici punici con centinaia di anfore — oltre cinquecento forme differenti — risalenti al III secolo a.C., adagiate tra fondali dai colori variabili. Nella stessa area sono state rinvenute circa quattromila monete cartaginesi, probabilmente destinate al pagamento delle truppe stanziate in Sicilia durante la Prima guerra punica.
Le Egadi raccontano invece un episodio storico preciso. Tra Marettimo e Levanzo si estende il sito della battaglia navale del 241 a.C., che segnò la conclusione della Prima guerra punica. Su un’area di oltre 1.200 ettari, a circa 80 metri di profondità, il fondale conserva una documentazione archeologica unica: rostri in bronzo, elmi, frammenti di armature, armi, anfore e monete. Si tratta, ad oggi, dell’unico campo di battaglia navale antico identificato con certezza.
Per il mondo della nautica da diporto, questo patrimonio rappresenta un’opportunità ancora in parte inespressa.
“Sapere cosa si trova sotto la superficie può cambiare completamente la percezione di una rotta o di un ancoraggio”, osserva Arena.
Per chi pratica immersioni, l’impatto è immediato: entrare in contatto con reperti rimasti sul fondo per millenni genera una comprensione diretta del contesto storico. Ma anche chi resta a bordo può accedere a questa dimensione grazie a immagini, modelli tridimensionali e ricostruzioni digitali.
Proprio in questa direzione si stanno sviluppando nuove modalità di fruizione. Il Parco Archeologico Subacqueo di Baia rappresenta un caso emblematico: visitabile con maschera e pinne oppure tramite imbarcazioni con fondo trasparente, consente un accesso semplificato a un patrimonio complesso. In prospettiva, tecnologie come piccoli sommergibili turistici o piattaforme dedicate potrebbero ampliare ulteriormente le possibilità di esplorazione.
L’attività di SDSS si colloca all’intersezione tra ricerca scientifica e divulgazione. La documentazione dei siti si basa su strumenti avanzati: mappature, fotogrammetria 3D, video stereoscopici a 360° e imaging ad alta definizione.
Questi dati permettono di ricostruire scenari storici con elevata precisione e vengono successivamente tradotti in esperienze digitali: modelli navigabili, ambienti virtuali e applicazioni immersive fruibili anche a bordo di uno yacht.
A livello globale, il turismo subacqueo ha già dimostrato la propria capacità di trasformare piccoli centri costieri in destinazioni di rilievo. Nel Mediterraneo, la presenza di relitti iconici o siti archeologici sommersi può incidere in modo concreto sulla pianificazione delle rotte.
Una rada che offre buon tenuto e acque limpide, ma anche un “luogo della memoria” — che si tratti di un convoglio affondato, di una città sommersa o di un campo di battaglia — acquisisce una dimensione culturale ed emozionale che va oltre la semplice sosta tecnica.
L’accesso a questi siti richiede però un approccio strutturato. La gestione sostenibile passa attraverso il coordinamento con autorità pubbliche e istituzioni competenti, chiamate a definire regole e limiti, bilanciando tutela e fruizione.
La sicurezza rappresenta un elemento centrale: profondità, condizioni ambientali e fragilità dei reperti impongono protocolli specifici per ogni sito.
Dal punto di vista operativo, le spedizioni SDSS utilizzano diverse tipologie di unità: navi da ricerca, motoryacht, imbarcazioni da lavoro e, quando possibile, anche grandi RIB.
“Per distanze fino a circa 20 miglia, soprattutto durante immersioni tecniche complesse, un RIB di grandi dimensioni è spesso la soluzione più efficiente. - spiega Arena - È fondamentale che disponga di una scala lunga e poco inclinata e di un sistema combinato panca–rollbar per garantire sicurezza ed efficienza nelle operazioni”.
Guardando al futuro, la prospettiva è quella di integrare i contenuti archeologici con i sistemi di navigazione di bordo. L’obiettivo è permettere l’identificazione in tempo reale dei “luoghi della memoria”, trasformando ogni rotta in un’esperienza narrativa.
“Navigare nel Mediterraneo può diventare un’esperienza in cui ogni rotta racconta una storia e rivela un patrimonio nascosto", conclude Arena. "Per il diportista non si tratta solo di comfort o paesaggio, ma di contesto, significato e di una connessione più profonda con ciò che si trova appena sotto la superficie”.
Filippo Ceragioli