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Patente Nautica: preferiamo la nautica libera e consapevole

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Patente nautica
Patente nautica

Prosegue il dibattito sulla patente nautica fra chi è favorevole a estenderne l'obbligo a tutti e chi predilige il modello inglese, dove non c'è l'obbligo di patente per condurre una barca.

Per completezza d'informazione riportiamo i link che rimandano ai precedenti articoli pubblicati da PressMare sul tema: il nostro editoriale di inizio luglio, dal titolo "Patente nautica: meglio il modello anglosassone o il latino?" - https://www.pressmare.it/it/comunicazione/press-mare/2018-07-06/patente-nautica-15297 - e la lettera di Marco Morana, Vicesegretario nazionale sez. nautica Confarca - Confederazione Autoscuole Riunite - https://www.pressmare.it/it/associazioni/confarca/2018-07-23/patente-nautica-confarca-pressmare-15593 - pubblicata ieri, alla quale rispondiamo.

 

Gentile Morana,

rispondo volentieri alla sua mail anche perché mi dà modo di chiarire meglio i concetti espressi nel precedente editoriale.

Lei scrive che nel Regno Unito si predilige la libertà, il rispetto dell’individuo, a scapito della sicurezza. Questa è un’affermazione tutta da verificare. Nello specifico della nautica, essere liberi di scegliere come andare in barca, autodeterminare quali dotazioni sono necessarie per la navigazione che si deve affrontare, non vuol dire divenire pericolosi né per sé né per gli altri. Non mi risulta che la mancanza di una patente abbia fatto diventare i diportisti inglesi pericolosi o scriteriati, anzi. La libertà li ha resi più consapevoli, coscienti delle proprie capacità e attenti al rispetto di regole, quelle dell’andar per mare, che spesso non si trovano scritte in nessun manuale. Responsabilizzare il singolo ha creato in lui consapevolezza e attenzione, anche perché sa che lo Stato, se dovesse intervenire a seguito della sua condotta scriteriata, allora si che sarebbe presente e anche inflessibile nel punirlo, nel farlo pagare in solido.

Anche giustificare la necessità di obbligare tutti alla patente nautica con lo stereotipo dell’indole estroversa e incline alle scorciatoie di noi italiani, non mi trova d’accordo. Se in Italia c’è un problema culturale questo viene indotto dallo Stato che si arroga il diritto di decidere per i cittadini, producendo gli effetti desiderati: il diritto dell’ente pubblico a regolare sempre di più la nostra vita senza accettare obiezioni; la nostra acquisita capacità di riuscire a sopravvivere a tutti i paletti che lo Stato ci impone, spesso, è vero, utilizzando espedienti. Così il sistema latino è divenuto maggiormente culla della mancanza di senso civico e anche di ogni corruzione.

Le statistiche delle Capitanerie che lei cita, quelle degli incidenti dove sono coinvolti natanti sotto costa, dicono che quasi tutti i sinistri li causano i patentati. Ciò vale anche per le famigerate moto d’acqua: gli incidenti sono causati per lo più da patentati autorizzati a condurre mostri da centinaia di cavalli. Anche loro hanno imparato tutti i quiz a memoria e magari in 24 ore o in un week-end full immersion – così come si pubblicizza ancora in rete – hanno preso un pezzo di carta che li certifica marinai e quindi li autorizza.

In rete leggo che molte persone che vanno per mare vogliono la patente per tutti perché quando sono in barca ne vedono di tutti i colori: gente che scambia un pallone da sub per un gavitello al quale ormeggiare, “armatori” che non hanno cognizione delle precedenze, pazzi che quando arrivano in una rada piena di barche e di bagnanti lo fanno a 30 nodi. In questo caso la Capitaneria non può aiutarci, non ci sono statistiche, ma da diportista le posso assicurare che non è questione di abilitazione alla navigazione, perché il problema è trasversale, riguarda patentati e non, e vede coinvolte tutte le tipologie di barche, natanti e imbarcazioni, barche a motore e a vela.

Anche fra i patentati c’è quindi un’evidente carenza di cultura nautica, è innegabile, segno che il sistema a quiz oggi in auge non forma gente di mare ma serve solo ad allenare la memoria degli aspiranti marinai. Vuol dire che le ore di pratica previste oggi sono meno di quelle necessarie per far acquisire consapevolezza e assai meno di quelle necessarie per poter vantare capacità nell’uso di una barca. D’altronde sempre in rete ci sono parecchi neo patentati che confessano di non sentirsi all’altezza, che hanno timore a uscire da soli in barca perché non hanno mai calato un’ancora, non hanno mai preso più di 30 centimetri d’onda, non si sono mai trovati in mare dopo il tramonto...

La sicurezza in mare è certamente prioritaria e nessuno ci difende da quello che Lei definisce libertinismo ma che io interpreto più semplicemente come maleducazione reiterata e mai contrastata nel tempo.

Honda BF40, foto repertorio Honda Marine
Honda BF40, foto repertorio Honda Marine

Nei paesi anglosassoni esistono pochissime leggi scritte, da noi ce ne sono un mare, troppe, e sembrano spesso fatte per lasciare spiragli alle sottigliezze e agli escamotage. Nella nautica è emblematico l’esempio dei motori conducibili senza patente: la legge impone che quelli da 40 HP siano esenti, ma in mare i motori che erogano 40 cavalli in realtà non esistono, perché tutti vengono modificati ancor prima dell’installazione, accrescendo la loro potenza se va bene del 50%. Qual è il senso? Rafforzare lo stereotipo dell’italiano furbetto? Anche per le dotazioni di sicurezza, non è meglio lasciare che vengano fatte scelte adeguate alle esigenze di ciascuno? Tanto gli irresponsabili esisteranno comunque, al di là di ogni predisposizione di legge. Ciò vale per chi ha la passione del mare come per chi va in montagna, altro ambiente “pericoloso” dove però non vige (al momento) nessun patentino per potervi accedere. Lì ciascuno è responsabile di quel che fa e non credo che nessuno con la testa sulle spalle si avventurerebbe su una ferrata senza essere consapevole delle proprie capacità, della propria attrezzatura, delle condizioni climatiche ecc. Chi lo fa è un folle e come tale va trattato, e un'eventuale "patente alpina" non ridurrebbe il suo problema.

L’estremizzazione del concetto “omissioni atti di ufficio” con gli interventi spesso assillanti delle forze di polizia a mare, ha impedito lo sviluppo del diporto nautico nei recenti decenni. A nostro modesto parere, un’evoluzione ci dovrebbe essere anche nelle normative, impostandole con spirito veramente pubblico senza proiezioni di interessi particolari, come avviene. Nel nostro caso, cercando di incentivare la sicurezza attraverso l’accrescimento del senso di responsabilità.

Le scuole nautiche dovrebbero continuare a esistere come tali, finalizzando la loro preziosa attività all’apprendimento reale dell’andar per mare e non al conseguimento di un pezzo di carta.

Poche persone possono dare del tu al mare e quelle poche non lo fanno.

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