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Porti italiani, la Commissione Europea accusa: concorrenza sleale

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Il Porto di Trieste
Il Porto di Trieste

Dopo Olanda, Francia e Belgio è l’Italia a entrare nel mirino della Dg Competition, la divisione della Commissione Europea che si occupa della concorrenza, con la minaccia di un’apertura della procedura di infrazione che rischia di mettere alle strette i nostri scali.

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Da un’indagine iniziata nel 2013, Bruxelles accusa lo Stato Italiano di non aver pagato le tasse rinunciando a parte delle entrate e facendo così concorrenza sleale alle altre banchine del bacino Europeo.

A detta della DG Competition, le autorità portuali italiane sono assimilabili a imprese private, in quanto rilasciano concessioni e autorizzazioni, per cui tasse e canoni dovrebbero regolarmente essere soggetti alle imposte sui redditi.

“Con l’esenzione dalle tasse alle Autorità portuali italiane, che sono coinvolte in attività economiche, l’Italia rinuncia a una parte di entrate che costituiscono risorse economiche per lo Stato. Così la misura di esenzione - è scritto nella lettera inviata da Bruxelles - si configura come perdita per le casse centrali.”

Secondo il presidente Assoporti Zeno d’Agostino, si tratta di un grave errore di interpretazione: «Metteremo a lavoro tutte le risorse a nostra disposizione per offrire ogni utile contributo al ministero dei Trasporti in questa difficile partita. Non possiamo accettare l’interpretazione secondo la quale le attività svolte dalle Autorità di sistema portuale nel riscuotere canoni concessori sia da considerarsi attività economica soggetta a imposizione fiscale. Considerare l’attività di riscossione espletata dalle nostre Autorità alla pari delle attività economiche di un’impresa di diritto privato è un grave errore interpretativo. Oltre a essere un controsenso rispetto alle funzioni di regolazione e vigilanza in capo alle stesse - aggiunge il presidente di Assotrasporti - essendo queste ultime chiaramente di natura pubblica, si tratta di una misura di coordinamento di politica dei trasporti. Inoltre, tale imposizione costringerebbe le Autorità di Sistema Portuale ad applicare canoni concessori e autorizzativi più alti, a discapito delle imprese che lavorano nei porti».

Tuttavia pare che la situazione non abbia diversa soluzione se non la sanzione stimata da Simone Gallotti in 100 milioni di euro, senza considerare il rincaro a cui sarebbero obbligati i porti, casomai l'indagine diventasse procedura d'infrazione: le tasse potrebbero aumentare fino al 40 per cento.

Per sperare in un esito favorevole del ricorso occorrerebbe un intervento politico del governo nella fase di trattativa con il ricorso alla Corte di Giustizia europea. Considerando però i tempi stretti e la mancanza di un esecutivo le prospettive non sono positive: il ricorso sarà difficilmente accettato e con ogni probabilità l’onerosa sanzione andrà saldata dal 2020.

L’aumento per gli operatori consentirà loro di far fronte alla spesa, ma il cuore del sistema logistico italiano rischia fortemente di cadere in ginocchio.

Linda Inga

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