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America's Cup 35esima edizione: Paul Cayard

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Louis Vuitton, un nome che a un appassionato di vela italiano fa sempre brillare gli occhi. La famosa maison francese evoca in tutti noi momenti di esaltazione e gioia, purtroppo lontani, che hanno segnato in maniera indelebile il ricordo delle passate edizioni dell’America’s Cup. Nel gennaio del 1992, infatti, il Moro di Venezia (ITA 25), voluto da Raul Gardini e timonato da Paul Cayard, dopo aver battuto i francesi di Le Défi Francais e i giapponesi di Nippon, vinse la Louis Vuitton Cup, piegando in finale con il punteggio di 5 a 3 la barca New Zealand.

L’Italia velica e non solo impazzì, anche perché il nostro team fu il primo non anglofono ad aggiudicarsi con quella Coppa la possibilità di sfidare i detentori, accedendo alla fase finale dell’America’s Cup. L’epilogo contro America3 non fu positivo, ma portò comunque l’Italia nel gotha della vela e Paul Cayard, americano di nascita, a divenire quasi un figlio d’Italia, ancor oggi “uno di noi”.

Stessa sorte toccò nel 2000 a Luna Rossa (ITA 45), sfida lanciata da Patrizio Bertelli con la sua Prada Challenge. Le notti insonni a tifare il Silver Bullet italiano nella Baia di Hauraki, in Nuova Zelanda, oltre alle occhiaie portarono a una sorta di esaltazione collettiva, spinta dal ritorno mediatico ottenuto dalla vittoria dell’imbarcazione guidata da Francesco De Angelis nelle finali della Louis Vuitton Cup, contro l’amato Paul Cayard. 

Il suo inconfondibile slang lo ritroviamo oggi nel contributo video che è arrivato in redazione, dove il Campione commenta il primo week-end di regate delle fasi finali della 35° Coppa America.

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