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Nautica: due associazioni possono davvero fare meglio?

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Luna
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A seguito della diffusione del comunicato stampa di Nautica Italiana (diffuso anche qui su Pressmare.it n.d.r.), l’associazione costituita di recente e che a quanto comunicato sinora conta già 44 aziende del settore nautico italiano tra le sue fila, riteniamo necessario dare evidenza a un lancio ANSA di pochi minuti fa nel quale sono riportate le dichiarazioni del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.

Secondo quanto riportato dall’ANSA il presidente Squinzi ha dichiarato: “La nautica è un settore d’eccellenza del made in Italy, spero con questo cambio di passo si possano andare a recuperare e superare i livelli di fatturato pre-crisi”. Dopo questa citazione si fa invece riferimento agli obiettivi della nuova associazione Nautica Italiana, riportando i punti che sono illustrati all’interno dei documenti che abbiamo appena pubblicato anche noi. La cosa che ci ha lasciati perplessi è stato vedere che nel lancio è stata utilizzata un’immagine di Carla Demaria, presidente di UCINA Confindustria nautica, ma questo è solo un dettaglio.

Da un’altra fonte, questa volta si tratta de Il Sole 24 Ore Radiocor, il presidente di Nautica Italiana, Lamberto Tacoli, avrebbe chiesto l’associazione a Confindustria affermando: “Siamo uomini di Confindustria, la maggioranza delle nostre imprese sono legate a Confindustria e crediamo fortemente nel sistema di Confindustria per spingere i nostri progetti”.  Secondo questa seconda fonte Squinzi aggiunge che Nautica Italiana è attiva in un settore che è “una punta di eccellenza del made in Italy. Il nostro paese non può continuare a trascurare le sue eccellenze. Con questo cambio di passo mi auguro che ritorneremo e supereremo i livelli di fatturato pre-crisi. Come ha indicato Tacoli, il fatturato del settore della nautica italiana era pari a 6 miliardi di euro nel 2008, mentre oggi a fatica fattura 2 miliardi di euro e non è solo colpa nostra”.

Indubbiamente il peso della nautica da diporto in termini di fatturato potenziale e dunque di P.I.L. e di occupazione e contributo alla ricchezza nazionale, è molto importante e da anni proviamo tutti, nel settore, a gridarlo a gran voce. Quello che noi, PressMare, fatichiamo a capire è come si possa pensare che da una scissione del comparto in associazioni che almeno sulla carta hanno gli stessi obiettivi, si possa arrivare a un risultato migliore.  L’interrogativo che alberga in noi in questi giorni è: “Se si fosse provato a trovare un accordo tra le diverse forze all’interno della stessa associazione, già parte di Confindustria e sicuramente rappresentativa della maggioranza delle aziende a prescindere dal fatturato totale o parziale, non sarebbe stato meglio per gli scopi dell’intero settore industriale?”. Il nostro dubbio è che la frammentazione porti a rappresentare in un caso e nell’altro sempre e solo parte dell’intera filiera, indubbiamente composta da aziende con fatturati a tante cifre e altre con fatturati più modesti, ma è pur sempre vero che tutte dipendono dalle sorti dello stesso settore. Questa è solo una nostra riflessione, preoccupati che nel tentativo - partendo dal principio della buona fede di tutti – di fare del bene al settore in realtà in sede rappresentativa si indebolisca proprio perché vittima di lotte intestine. Siamo convinti anche noi che un cambiamento fosse necessario, perché sono cambiati i tempi e con questi le condizioni di mercato, sono cambiate le aziende, molte di quelle che c’erano fino al 2008 non ci sono più, insomma, è cambiato tutto e dunque anche le logiche di rappresentanza di categoria richiedevano un intervento. Riteniamo però che la presidenza di Carla Demaria abbia dato proprio questo segnale, ossia, quello di un cambiamento fortemente voluto e già ampiamente attuato, rappresentando tutte le categorie del comparto e non solo una parte, grande o piccola che sia. Qualcuno può anche accusarci che ci stiamo schierando, nella realtà siamo fortemente schierati e questo è vero, ma nei confronti del nostro settore, perché le nostre riflessioni nascono esclusivamente dalla preoccupazione che nel tentativo di cambiare si sfasci anziché costruire.