Home > Comunicazione > Press Mare > Vela: PressMare intervista Vasco Vascotto

Tag in evidenza:

Vela: PressMare intervista Vasco Vascotto

 Stampa articolo
Vasco Vascotto
Vasco Vascotto

Vasco Vascotto con la conquista del Mondiale TP52 su “Azzurra”, il 25° World Championship della sua carriera, è divenuto probabilmente uno dei velisti e degli atleti più titolati al mondo. Uno sportivo che incarna uno straordinario mix di talento, di cui l’ha innegabilmente dotato la natura, e grinta, conosciuta sui campi di regata quasi quanto la sua fama. Sempre concentrato e volitivo, non lascia mai nulla al caso e anche la vittoria nel Mondiale TP52 su “Azzurra”, non sembra aver affatto scalfito la sua determinazione nel cercare di arrivare primo, sempre.

Nato a Muggia, Trieste, 46 anni, lo abbiamo raggiunto al telefono in Svezia dove sta partecipando alle regate RC 44, a bordo di Peninsula Petroleum.

PressMare – Venticinque titoli mondiali: Vasco come si fa a vincere così tanto?

Vasco Vascotto – Lo sportivo professionista, se vuole continuare a vincere, non deve mai adagiarsi sugli allori. Nella vela come in tanti altri sport il livello di competizione è diventato altissimo, direi esasperato, e quando ti senti forte e arrivato, quello è il momento in cui sicuramente perdi. È bello festeggiare col team e con gli amici, ma subito dopo si deve rientrare nei panni del professionista, si deve guardare alla regata successiva, pensare alle cose da fare cercando di farle sempre al meglio. Oggi che le regate si combattono sul filo del rasoio, dove i distacchi anche nelle sfide da un capo all’altro di un oceano si contano in secondi, spesso sono i dettagli a fare la differenza. Per questo la concentrazione deve essere sempre altissima e non bisogna mai lasciare nulla al caso.

P – Nel tuo fantastico palmares oltre ai 25 Mondiali vinti – il primo fu nei Quarter Tonn, passando poi per J24, ORC 670, Farr 40, Maxi ecc. – ci sono tante altre vittorie di prestigio, come quella nell’Admiral’s o nei cinque Giri d’Italia a Vela, e anche tutta una serie di piazzamenti prestigiosi capaci di segnare ulteriormente la tua carriera, come ad esempio il bronzo posto nei 470 Juniores. Nella stessa classe velica, proprio l'altro ieri, c’è stata la splendida affermazione di due ragazze italiane, Benedetta Di Salle e Alessandra Dubbini, che hanno sbaragliato la concorrenza con una serie di regate molto belle, aggiudicandosi il Mondiale con una giornata d’anticipo.

VV – Innanzi tutto faccio i miei complimenti a Benedetta e Alessandra, sono state fantastiche. Questa affermazione spero possa essere l’inizio di una bella carriera, che porti loro ancora tante soddisfazioni e non resti solo un bel ricordo.

P - Tu che ricordi hai di quei mondiali?

È stata un’esperienza bellissima, molto importante perché ero un ragazzo e la conquista del bronzo fu comunque una bella cosa. Partecipare a quel mondiale mi ha dato consapevolezza, ha aiutato a formarmi. Al di là dell’aspetto umano, però, sui 470 ho imparato tante cose anche sotto il profilo sportivo. Ricordo come fosse ieri una regata dove feci una partenza orribile, sbagliai proprio tutto e alla fine arrivai cinquantesimo. Fu una grande delusione che compromise il risultato finale, però capii lo sbaglio e da allora le partenze sono divenute una delle cose migliori del mio regatare, al via sono sempre in boa, è una sorta di marchio di fabbrica…

P - Tu come hai iniziato ad andare in barca?

VV - Alla vela mi ha introdotto mio padre, un ottimo velista appassionato, ma possiamo dire che essendo nato a Muggia, a Trieste, credo sarei comunque finito su una barca perché da noi tutti i ragazzi prima o poi salgono su una deriva. Dalle mie parti la vela è lo sport per antonomasia, tutti passano per le scuole di vela, si formano nei circoli e in mare. Basta vedere quante barche e quante persone partecipano alla Barcolana per capire l’entità del movimento, purtroppo unico nel panorama nazionale. Qualcosa di simile accadeva qualche tempo fa a Napoli, ma poi anche li l’attenzione dei ragazzi per la vela sembra sia un po’ scemata.

P - Perché a Trieste invece la tradizione resiste?

VV - Grazie ai tanti campioni che la città ha dato alla vela, atleti che con le loro vittorie e la fama che ne è scaturita hanno fatto da traino a tante generazioni di velisti, compresa la mia. Quelli della mia età sono venuti su seguendo la fama e le gesta di gente come Roberto Bertocchi, Mauro Pelaschier…

P – Come mai nel resto d’Italia ciò non accade, perché la vela non riesce a emergere e a diventare realmente uno sport di massa, come avviene da altre parti, tipo in Nuova Zelanda o nella vicina Francia?

VV – L’Italia ha avuto e ha tanti atleti fortissimi, velisti che si affermano sin da giovani e ai quali non viene dato il giusto risalto mediatico, non solo a livello nazionale ma neppure a livello dei media locali. A Trieste, invece, ciò avviene puntualmente. Questa è una carenza che la vela si trascina dietro da sempre e che non si riesce a risolvere... Porto spesso l’esempio della pallavolo, uno sport cresciuto a dismisura quando con le vittorie delle squadre e della nazionale, sono emersi anche i giocatori. Personaggi come Lucchetta o Zorzi che hanno saputo trascinare un movimento di appassionati con la loro personalità che bucava gli schermi, che conquistava le prime pagine. Sono queste le regole del gioco e bisogna che anche la vela vada in cerca dei suoi personaggi e li valorizzi.

P - Cosa diresti a un papà per convincerlo a portare il proprio figlio in un circolo velico, a fargli provare un Optimist.

VV - Che la vela è lo sport più bello del mondo e per questo consiglierei innanzi tutto a lui di provare a salire in barca.

P - Hai citato Mauro Pelaschier, vincere con una barca che si chiama “Azzurra” che effetto ti ha fatto?

VV - Sono cresciuto nel mito di Azzurra che nel 1983 fu la barca della prima sfida italiana all’America’s Cup, quella portata dallo Yacht Club Costa Smeralda, ed essere il primo a vincere un mondiale con una barca che porta quello stesso nome e sotto lo stesso guidone dello YCCS, mi ha riempito d’orgoglio e fatto tornare alla mente qualche bel ricordo…

P - Ha vinto titoli sia come timoniere sia come tattico, quale ruolo preferisci?

VV - Regatare e vincere come timoniere è stata un’esperienza bellissima ma, soprattutto, un’opportunità importante di imparare e crescere dal punto di vista sportivo e professionalmente, proprio perché sono stato al fianco di tanti tattici molto bravi, dei campioni capaci di insegnarmi tanto. Il ruolo del tattico è sicuramente più interessante perché deve avere un controllo totale dell’imbarcazione, dell’equipaggio, del campo di regata, delle previsioni meteo…

P - Dopo un periodo nel quale le grandi aziende e dunque gli sponsor hanno dominato la scena nella vela sportiva, facendo realizzare e gestendo in proprio tante barche da regata, oggi in questo sport sta tornando in auge la figura dell’armatore, cioè dell’uomo che investe nella vela per pura passione. Meglio avere a che fare con un’azienda o con un armatore?

VV – È  vero, le barche stanno tornando private, dei singoli e devo anche dire che mi ritengo molto fortunato perché con la maggior parte di loro, degli armatori per i quali e con i quali regato, perché talvolta sono a bordo, sono riuscito a stabilire rapporti molto belli, più che amichevoli, direi proprio di stima e amicizia. Essere a bordo di “Robertissima III”, con la quale regaterò a settembre durante la Maxi Rolex Cup di Porto Cervo, ad esempio, oltre che un’opportunità per competere in una splendida regata, sarà un vero piacere proprio per il rapporto che ho con il suo armatore/timoniere, Roberto Tomasini Grinover. Ma lo stesso posso dire di Alberto Roemmers, armatore di “Azzurra”, e di tanti altri…

P - Non ci sono mai attriti?

VV - Certo, ma deve essere sempre ben chiaro che a bordo le decisioni spettano a me.

 

 

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Pressmare