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Regioni: I danni nella nautica e nell’economia marittima

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Regioni italiane
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Sapete la storia del “al lupo, al lupo”? Certamente sì, ma c’è di essa un aspetto che viene utilizzato ancora a monte, quando si vuole bloccare sul nascere un evento, un’iniziativa. Certo se una buona percentuale dei cittadini va in barca è difficile dire che tutti se la passano male. Senza essere ricchi, ma seguendo la passione atavica dell’andar per mare, chiunque può diventare armatore o, meglio, proprietario di un’unità da diporto più o meno impegnativa, secondo le sue possibilità di spesa. Oggi questo, grazie al mercato dell’usato, ma anche all’esistenza di piccoli artigiani locali, è un sogno facilmente realizzabile da chiunque, ma chi lo fa commette peccato perché da alcuni anni non è politicamente corretto. Non è vero? Eppure il concetto di una nautica da contrastare (per tassare ancor più i soliti noti) viene testimoniato dal potere concesso alle regioni di avere ognuna le proprie norme in materia di turismo nautico e portualità turistica, il nodo che fino al 2007 ha soffocato ogni sviluppo e potenzialità di crescita economica del pozzo di petrolio donatoci dal creatore: i nostri stupendi 8.000 chilometri di coste. Non c’è stata un’imposizione, ma uno spontaneo afflato di tanti governi regionali e nazionali, spesso in lotta mortale tra di loro, ma univoci per rendere dette coste, di fatto, non più nazionali ma regionali e nel dettaglio comunali, per cui diportisti e imprenditori si trovano di fronte a una selva di norme e atteggiamenti politici diversissimi man mano che passano da una costiera all’altra. Con un termine anglosassone di grande effetto, c’è una governance diversa per ogni luogo. Ma quel che è più grave, nonostante una diffusa denuncia popolare contenuta nei suggerimenti chiesti dal Governo Renzi per incidere sulle ragioni della crisi, che vorrebbe prescindere dal colore politico, tutto è fermato dagli aspetti più negativi del regionalismo, bipartisan.

 

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