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La carena per tutti: le barche a vela da diporto parte 1

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Swan 65
Swan 65

Il diporto (parte uno)

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Oggi, riguardo alle carene degli yacht a vela, possiamo osservare una certa uniformità. Le aziende produttrici hanno individuato carene larghe, moderatamente zavorrate, per barche ben invelate e non facilissime da portare al massimo, come risposta unica alle molte facce del diporto velico. Questa risposta si traduce in imbarcazioni costose, per via degli interni luxury, e promuove un uso del mezzo che io ritengo leggermente schizofrenico: in navigazione tutti in pozzetto per fare correre la barca, mentre le delizie degli interni di lusso sono riservate alla sosta, preferibilmente ormeggiati al marina.

Questo uso particolare non è nato in un giorno, ma è stato preceduto da una serie di mutamenti nell’orientamento dei velisti, da approfondire. All’inizio, o meglio al nuovo inizio del dopoguerra,  si credeva che si potesse affrontare in sicurezza il mare anche con piccole barche (come racconta Adlard Coles in “Navigazione A Vela Con Cattivo Tempo”) ma, vuoi per le regole di stazza, vuoi per le  barche da regata sempre più “tirate”, vuoi per gli equipaggi sempre meno competenti, i disastri si susseguirono. Al Fastnet nel 1979 morirono parecchie persone e affondarono o furono abbandonate 30 barche su 300.

La carena per tutti
La carena per tutti

Olin Stephens fece mea culpa buttando la croce sulla stazza IOR che aveva creato mostri: barche facili a rompersi, con l’albero come un grissino e stabili con la chiglia all’aria. Erano anni grami e anche in Italia avemmo le nostre vittime: i ragazzi del Parsifal persero la vita in regata nel Mediterraneo nel 1995 mentre si recavano alla parenza della Transat. Poco dopo, nel 1998 ci fu una drammatica Sidney Hobart, con 5 yacht inghiottiti dalle onde.  La colpa, nel secondo caso, fu data a due elementi: ai nuovi materiali compositi non resistenti alla furia scatenata degli elementi e al pessimo servizio reso ai regatanti dalle previsioni meteo.

Questi avvenimenti luttuosi hanno contribuito a dividere il gregge: i professionisti, che oggi affrontano le burrasche correndo a trenta nodi, da una parte e i dilettanti, che le affrontano rimanendo in porto, dall’altra. Sono emerse anche le illusioni: le barche molto piccole sono incapaci di dare vero comfort a chi naviga in condizioni dure, quindi si è affermata una nautica balneare che ha come parametro barca lo spazio in coperta per prendere il sole. Come possono gli amanti dell’alto mare non rimpiangere lo Swan 65 del 1972? Chiaro esempio di una barca di dimensioni importanti non leggera ma slanciata, dotata di una attrezzatura robusta e di una coperta da sommergibile che può affrontare la maggior parte delle situazioni in tutta sicurezza.

Jeanneau 54 - Swan 54
Jeanneau 54 - Swan 54

 

 

   lwl     

   loa

 beam 

  draft   

displacement 

 ballast 

 sail area 

 hp 

 acqua 

 gasolio 

 

Jeanneau 54  

 14,25 

 16,16  

  4,92  

  2,24

     17164 

  4645  

    116  

 75  

  723   

   238

 

Swan 65

 14,33

19,68

  4,96

  2,93

     31752

  1388

    167

 88

  329

   216

 

 

   1,0

  1,2

   1,0

   1,3

       1,8

    3,0

    1,4

 1,2

   0,5

   0,9

Confrontiamola dunque con una buona barca del 2015. Osservando la terza riga notiamo: le due barche hanno la stessa lunghezza al galleggiamento, ma lo Swan ha più slanci (+20%); hanno uguale larghezza, ma lo Swan ha più pescaggio (+ 30%), più dislocamento (+80%), più di zavorra (+300%), più vela (+40 %) e un motore più di potente (+20%). In mare queste cose fanno la differenza e io non avrei dubbi su quale scegliere per fare una bella traversata, soprattutto con vento e mare.  segue

Michele Ansaloni

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