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Grasshopper, il robot subacqueo che aiuterà a ripristinare le praterie di Posidonia nel Mediterraneo

· Fonte: Press Mare

Robot in soccorso delle praterie sommerse del Mediterraneo

Sotto la superficie del Mediterraneo si trova uno degli ecosistemi più antichi del pianeta. Le praterie di fanerogame marine, soprattutto quelle di Posidonia oceanica, si estendono fino a 45 metri di profondità e occupano circa 2 milioni di ettari lungo le coste mediterranee. Sebbene vengano spesso confuse con le alghe, le fanerogame marine sono vere e proprie piante superiori, dotate di radici, fusti, foglie, fiori e frutti. Producono ossigeno, offrono rifugio agli stadi giovanili dei pesci e a numerosi altri organismi marini e contribuiscono a proteggere le coste dall’azione delle onde e dall’erosione. Rappresentano inoltre un importante serbatoio di carbonio: pur occupando soltanto lo 0,1% circa dei fondali marini, si stima che possano immagazzinare fino al 18% del carbonio presente negli ecosistemi oceanici.

Un habitat in progressiva regressione

Le praterie marine sono tuttavia in progressivo arretramento. Secondo le stime dei ricercatori, negli ultimi 50 anni è andato perduto il 34% delle praterie di Posidonia lungo le coste mediterranee, principalmente a causa dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento e dell’ancoraggio delle imbarcazioni. Si ritiene che tra il 30% e il 50% delle praterie possa essere potenzialmente interessato dagli effetti dell’ancoraggio non regolamentato. Soltanto nel 2024, si stima che circa 180.000 imbarcazioni abbiano dato fondo all’ancora su queste piante marine. Una prateria danneggiata può impiegare circa 100 anni per recuperare.

La prima linea di difesa è rappresentata dal ripristino passivo, che consiste nella protezione delle praterie ancora esistenti attraverso aree marine protette, zone di divieto di ancoraggio e campi boe per l’ormeggio nelle aree più sensibili. Dove invece le praterie risultano già compromesse, si ricorre al ripristino attivo. Squadre di operatori specializzati, veri e propri “giardinieri del mare”, monitorano e selezionano i siti idonei, raccolgono germogli e rizomi dalle praterie donatrici, sperimentano materiali sostenibili per il loro ancoraggio al substrato, preparano e trapiantano le nuove piante, seguendone successivamente la crescita e lo stato di salute.

Entrano in gioco i robot

È in questo contesto che la robotica subacquea può modificare le modalità operative. I robot sono in grado di mappare i fondali, raccogliere dati e immagini in aree difficilmente accessibili e svolgere operazioni che in precedenza richiedevano esclusivamente l’intervento umano, riducendo tempi, risorse impiegate e rischi per i ricercatori.

I ROV, acronimo di Remotely Operated Vehicles, sono veicoli subacquei filoguidati e controllati dalla superficie. Possono percorrere rotte prestabilite sopra il fondale, effettuare osservazioni mediante telecamere e sensori, prelevare campioni d’acqua o di sedimento e raccogliere dati utili alla mappatura degli habitat, al censimento degli organismi e alla valutazione dello stato di salute degli ecosistemi. Tra questi figura SuBastian, un ROV che permette agli scienziati di esplorare alcune delle aree più profonde degli oceani.

Grasshopper, il giardiniere robotico

Se i ROV rappresentano gli occhi e le mani della ricerca oceanografica, Grasshopper ne interpreta il ruolo di giardiniere. Sviluppato dalla startup statunitense ReefGen, questo robot subacqueo è progettato per il ripristino delle praterie marine, delle formazioni coralline e di altri habitat costieri, attività tradizionalmente affidate ai sommozzatori, impegnati nella piantumazione manuale di piccole porzioni di fondale.

Grasshopper viene controllato da remoto, raggiunge un sito precedentemente selezionato e si posiziona sul fondale. A quel punto inserisce direttamente nel sedimento semi o talee di fanerogame marine, ripetendo automaticamente l’operazione su superfici estese. Le sue prestazioni dichiarate indicano una capacità operativa fino a 10 metri di profondità, una velocità di piantumazione da 8 a 10 volte superiore rispetto ai metodi manuali e la possibilità di intervenire su un ettaro di fondale in cinque giorni.

Le ostriche come filtro naturale

La piantumazione rappresenta soltanto una parte del processo di ripristino, perché le giovani piante necessitano di condizioni ambientali favorevoli per sopravvivere. A questo scopo vengono impiegate gabbie filtranti contenenti ostriche vive, installate sul fondale nelle aree interessate dagli interventi. Trattandosi di molluschi bivalvi filtratori, le ostriche contribuiscono a depurare l’acqua circostante, migliorandone la qualità e creando condizioni più favorevoli alla crescita delle piante.

Si tratta di un’integrazione tra tecnologia e processi naturali: il robot provvede alla piantumazione, mentre le ostriche contribuiscono a migliorare le condizioni dell’acqua affinché le nuove piante possano attecchire. È un approccio che riflette un principio più generale degli interventi di ripristino ambientale: per favorire il recupero di un ecosistema occorre sostenere l’intero habitat, non soltanto una singola specie.

Dal Galles all’Adriatico

I risultati ottenuti finora sono incoraggianti. In Galles, Grasshopper ha distribuito 25.000 semi di Zostera marina su una superficie di 200 metri quadrati di fondale. Nell’arco di 18 mesi si è sviluppata una nuova prateria di oltre 100 metri quadrati.

La prima sperimentazione nel Mediterraneo è prevista per il 2027 nel Golfo di Trieste, in collaborazione con i ricercatori dell’Area Marina Protetta di Miramare.

I robot non potranno sostituire le misure di protezione, che rimangono lo strumento più efficace per salvaguardare le praterie marine. Possono però consentire di estendere gli interventi di ripristino a superfici maggiori e con tempi difficilmente raggiungibili attraverso il solo lavoro dei sommozzatori.

Rebecca Gabbi

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