Nautica, altro che lifestyle: andare per mare significa avventura
Da qualche tempo, quando sento parlare gli uomini del marketing (nel campo della nautica da diporto, naturalmente), sento una nota stonata. Di solito mi dico che la passione per il mare ognuno se la vive come vuole, ma mi rimane un fastidio, un sassolino in una scarpa. Questo fastidio è causato dalle qualità che stampa e pubblicità in genere cercano di attribuire a una barca: il dibattito si è rarefatto come l’aria sopra i 4.000 metri e non si parla più del numero delle cuccette o dei litri per miglio; il leitmotiv è costruito sui valori del brand: lusso, lifestyle, unicità, tutte qualità ineffabili che renderebbero l’esperienza del mare più ricca e soddisfacente.
Io sono critico. Da una parte, chi parla in questo modo mi sembra la mosca cocchiera che crede di guidare l’elefante. Le mode (perché, se si tirano in ballo il lifestyle e il lusso, si parla di mode) non sono di certo fatte dal singolo, a meno che non sia una rock star o Steve Jobs. Il "markettaro" semplicemente cavalca l’onda e scrive sui biscotti "senza olio di palma" perché è una scritta accattivante.
Questo atteggiamento, cioè piegarsi docilmente all’aria che tira, non è senza conseguenze. In passato nobili e capitani d’industria avevano il "dovere" di essere guerrieri e per loro comandare una barca in regata voleva dire temprare quelle armi dell’ingegno umano che ci consentono di reagire all’imprevisto, di giocarci il tutto per tutto, di portare il gruppo alla vittoria: "per aspera ad astra".
Il succo dell’andar per mare non è un’esperienza inscatolata, sia pure in un involucro affascinante, ma il suo contrario, cioè l’avventura, la rottura degli schemi, altro che lifestyle! La predicazione del "markettaro" rischia di portare alla nautica dei “clienti” borderline che partono col piede sbagliato e in seguito vendono la barca al primo qui pro quo.
Oggi, poi, gli skill, proprio quelli acuiti dall’avventura, sono ancora più utili a tutti. Infatti, il liquefarsi della società rende ciascuno più libero, ma guai a chi non sappia arrangiarsi e conquistare lottando un posto, fosse anche in ultima fila.
Allenare quella capacità innata che è la disposizione all’avventura, che ci consente di tirare fuori il meglio di noi quando ce n’è bisogno, farebbe bene a tutti ed è per questo che, in generale, consiglio di andare in barca con neve, pioggia e vento e fare orecchie da mercante ai cattivi maestri.